L’uso regolare di ChatGPT è ancora un comportamento di nicchia, e questo crea una nuova diseguaglianza che in occasione del Primo Maggio non possiamo ignorare

European Blockchain Sandbox strategia AI - intelligenza artificiale pixabay

Mentre il dibattito pubblico discute se l’intelligenza artificiale ruberà o meno il lavoro, in Italia si sta consumando in silenzio un’altra frattura. «I dati dell’Osservatorio della Fondazione per la Sostenibilità Digitale», spiega Stefano Epifani, Presidente della Fondazione, «raccontano un’adozione dell’IA fortemente selettiva. Tra i consumatori più digitalmente attrezzati l’uso regolare di ChatGPT raggiunge il 38,5%; tra quelli meno inclini al digitale crolla al 3,0%. Tra i titolari d’impresa la forbice si conferma e manifesta tassi di adozione ancora più bassi: 28,5% per i Digitali, 4,4% per gli Analogici. Nel complesso, solo il 20,8% dei consumatori e il 14,4% dei titolari d’impresa usa regolarmente strumenti di IA generativa. Sono numeri che dovrebbero far riflettere chi crede che l’adozione tecnologica sia ormai un fatto compiuto: non lo è. È concentrata in chi era già pronto. Oltretutto, molti di quelli che la usano non conoscono la natura dello strumento. Questo apre una nuova forma di diseguaglianza, che non riguarda più chi ha accesso alla tecnologia, ma chi sa cosa farne».

«Il Primo Maggio», prosegue Epifani, «è il momento giusto per ricordare che il lavoro del prossimo decennio non si giocherà soltanto sulla disponibilità degli strumenti, ma sulla capacità di usarli con consapevolezza critica. Per questo servono politiche di formazione che non si limitino a distribuire competenze d’uso, ma che insegnino a comprendere le logiche degli strumenti: quando affidarsi all’algoritmo, quando dubitarne, quando spegnerlo. Senza questa alfabetizzazione critica, l’IA non riduce le diseguaglianze: le amplifica».

«La Fondazione per la Sostenibilità Digitale», conclude Epifani, «sta lavorando da tempo a indicatori che misurino non solo l’adozione, ma la sovranità cognitiva dei cittadini e delle imprese: la capacità di valutare criticamente gli strumenti che usano. È su questo che si misurerà la maturità digitale del Paese nei prossimi anni».