
USA e Cina stanno costruendo due infrastrutture di intelligenza artificiale parallele e sempre meno compatibili tra loro. È quanto emerge dallo studio The Great Divide: How the US and China Are Splitting the AI World del BCG Institute, think tank di Boston Consulting Group (BCG), che analizza le strategie delle due superpotenze lungo sei fattori chiave: capitale, talento, proprietà intellettuale, dati, energia e potenza di calcolo. Il quadro che emerge riguarda tutte le imprese e i governi che oggi devono decidere quale tecnologia adottare.
Dal 2023 le startup statunitensi hanno raccolto circa 380 miliardi di dollari in capitale di rischio legato all’AI, contro i 39 miliardi delle rivali cinesi. Nel 2025 la spesa in infrastrutture (data center, chip, capacità di calcolo) da parte delle prime venti aziende tecnologiche americane ha superato i 400 miliardi di dollari, circa sette volte quella cinese, e per il 2026 è attesa oltre gli 800 miliardi. Ai settori dello sviluppo si aggiunge una fitta rete di accordi incrociati tra laboratori, produttori di chip e fornitori cloud, che dal 2024 vale oltre 1.500 miliardi di dollari in impegni annunciati.
«Il mondo dell’AI si sta biforcando: i modelli americani non funzionano in Cina e gli Usa stanno esaminando sempre più attentamente l’impiego di tecnologia cinese. Presto, perciò, i gruppi multinazionali dovranno decidere da che parte stare. Molti, probabilmente, dovranno adottare un’infrastruttura digitale in Cina e un’altra negli Usa, riducendo le sinergie», commenta Nikolaus Lang, Managing Director e Senior Partner di BCG, alla guida del BCG Institute e coautore dello studio.
La traiettoria cinese conferma questa lettura: Pechino non insegue gli Stati Uniti sulla scala degli investimenti, ma punta su soluzioni capaci e dal costo contenuto. Il modello di punta cinese, Kimi K2.6 di Moonshot, costa 1,71 dollari per milione di token contro gli 11,25 dollari di GPT-5.5, il sistema più avanzato statunitense. La Cina rappresenta oggi circa un terzo delle pubblicazioni scientifiche incluse nel top 10% più citato a livello mondiale sull’AI, davanti agli USA, e resta il primo Paese per numero di brevetti depositati nel settore. Parallelamente, il governo cinese ha imposto ai data center pubblici l’uso esclusivo di chip nazionali, per ridurre la dipendenza dai semiconduttori NVIDIA e accelerare lo sviluppo di alternative come i chip Ascend di Huawei.
Il risultato è una diffusione dell’AI nell’economia cinese più rapida che altrove: nel secondo trimestre 2026 la Cina dovrebbe elaborare oltre la metà dei token globali, pur rappresentando circa il 17% della popolazione mondiale, mentre oltre l’85% dei cittadini cinesi ritiene che i benefici dell’AI superino i rischi, contro meno del 45% negli Stati Uniti. Anche nella robotica industriale, dove la Cina ha installato il 54% dei robot mondiali nel 2024, la strategia punta sulla scala di adozione più che sulla ricerca alla frontiera.
Tra le due superpotenze, i Paesi terzi si muovono con margini sempre più stretti. L’Unione Europea resta indietro su entrambi i fronti: il capitale raccolto e la valutazione di Mistral, il principale laboratorio europeo, valgono circa un cinquantesimo di quelli di OpenAI, e i suoi modelli restano da tre a dieci mesi indietro rispetto alla frontiera tecnologica.
Come nota Lang, «l’Europa ha talenti e brevetti: è sempre forte nella ricerca ma lenta nello sfruttarla. C’è ancora tempo per creare un’alternativa ai modelli americani e cinesi e si può farlo in maniera più efficiente dal punto di vista dei capitali. La finestra di opportunità si sta però chiudendo rapidamente: nei prossimi 12-24 mesi si definirà quali Paesi saranno superpotenze digitali.»
Altri Paesi seguono strategie diverse: il Giappone investe capitale nell’ecosistema americano (SoftBank ha impegnato circa 90 miliardi di dollari dal 2024, inclusi oltre 60 miliardi in OpenAI), Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita puntano su infrastrutture di calcolo regionale, mentre l’India mantiene rapporti attivi con più ecosistemi contemporaneamente, dagli Stati Uniti alla Cina attraverso i BRICS.
Per le aziende, la scelta dello stack tecnologico non è più solo una questione di costo, ma di esposizione geopolitica. Lo studio invita i vertici aziendali a costruire resilienza lungo tre direttrici: prevedere fornitori alternativi per i livelli più esposti a interruzioni, progettare sistemi che permettano di cambiare provider senza riscrivere l’infrastruttura ed evitare che le alternative scelte condividano gli stessi rischi, ad esempio affiancando a un modello proprietario americano un’opzione open-weight ospitabile in autonomia.
La biforcazione tra i due stack, secondo il report, procederà più rapidamente della capacità delle aziende di riorganizzarsi attorno a essa. Le scelte tecnologiche compiute oggi, anche quando motivate da ragioni di costo o efficienza, rischiano di trasformarsi in vincoli strategici nel giro di pochi anni, mentre la finestra per costruire alternative indipendenti ai due blocchi si restringe.





























































