Una ricognizione esplorativa su 30 imprese rileva un forte divario tra adozione dell’AI e capacità di governarne trasparenza, responsabilità e usi.

IA AI intelligenza artificiale AI ACT pexels

L’intelligenza artificiale è già entrata nelle imprese, ma regole e responsabilità non procedono alla stessa velocità. È quanto emerge dalla ricognizione esplorativa condotta da Webbidu Digital Minds nel luglio 2026 su 30 imprese siciliane clienti o già clienti.

L’INDAGINE — L’80% delle imprese utilizza l’AI per finalità professionali e il 60% presenta almeno un caso d’uso da approfondire rispetto agli obblighi di trasparenza dell’articolo 50 dell’AI Act, applicabili dal 2 agosto 2026. Solo il 17% dichiara di conoscerne il perimetro specifico e appena un’impresa su 30 dispone di inventario degli usi, responsabilità formalizzate e regole scritte di disclosure o labelling.

«L’AI è stata adottata spesso dal basso, prima che le organizzazioni definissero responsabilità e procedure. La priorità non è aggiungere nuovi strumenti, ma comprendere dove l’AI sia già presente, quali dati coinvolga e quando persone e pubblico debbano esserne informati», osserva Paola Mirone, founder e CEO di Webbidu Digital Minds.

IL CONTESTO NAZIONALE — La rilevazione locale intercetta una tendenza più ampia. Secondo Istat, nel 2025 l’utilizzo dell’AI tra le imprese italiane con almeno 10 addetti è raddoppiato, passando dall’8,2% al 16,4%. Tra le aziende adottanti, il 59,1% utilizza AI generativa e marketing e vendite rappresentano il primo ambito d’impiego, con il 33,1%.

L’articolo 50 non riguarda indistintamente ogni impresa che utilizza strumenti generativi: gli obblighi dipendono dal ruolo dell’organizzazione e dal caso d’uso, come chatbot e agenti AI, deepfake, contenuti di interesse pubblico o sistemi commercializzati con il proprio marchio.

«Il campione non rappresenta statisticamente la Sicilia, ma evidenzia un divario concreto: l’adozione accelera, mentre inventari, responsabilità e procedure restano indietro», conclude Mirone.