Lo studio mostra che il 9% dei microimprenditori non usa l’IA in azienda; il 46,1% la utilizza, almeno occasionalmente.

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Le microimprese italiane hanno un problema con l’Intelligenza Artificiale: non sanno a cosa potrebbe servire davvero, di conseguenza faticano ad adottarla.

La questione emerge dai dati dell’Osservatorio 2026, dedicato a “Digitale e Sostenibilità nell’Italia che produce e che consuma”, realizzato dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale.   Si tratta della più ampia rilevazione mai realizzata da Fondazione ed è la prima edizione con due dataset distinti, popolazione e imprese. È la prima volta che l’Osservatorio fotografa il mondo produttivo ed è realizzata con Adiconsum (consumatori) e Confcommercio (microimprese).

Microimprese e IA: un problema di comprensione

Le microimprese – categoria composta da professionisti e aziende con meno di 10 addetti – costituiscono secondo i più recenti dati Istat il 94,5% del tessuto imprenditoriale italiano.

Affacciandosi all’era dell’Intelligenza Artificiale, lo studio ha analizzato in modo approfondito adozione, consapevolezza e padronanza del digitale e in specifico dell’IA, fotografando una realtà ancora immatura.

Interrogati sulle proprie competenze digitali, il 72% dei titolari di microimprese coinvolti nello studio ha dichiarato di essere almeno abbastanza o molto competente e il 56% afferma di trascorrere lavorando al computer, in media, almeno 4 ore al giorno.  Tali capacità – reali o percepite che siano – non si riflettono però in un impiego diffuso delle soluzioni digitali e dell’IA nell’attività imprenditoriale.

Lo studio mostra che il 9% dei microimprenditori non usa l’IA in azienda; il 46,1% la utilizza, almeno occasionalmente.

Non è una questione di diffidenza, in quanto solo il 2% del campione percepisce l’IA come un rischio reale per la propria attività

Nessuno cita come ostacolo all’adozione la mancanza di competenze sull’IA

Il problema è la consapevolezza: il 47% di chi non usa l’IA non sa a cosa possa servire e il 33% non ne vede il vantaggio economico.

Il 63,5% pensa che l’IA non avrà un impatto significativo sul suo business nell’arco dei prossimi 3-5 anni.

Guardando più in generale all’adozione di infrastrutture e applicazioni digitali, dall’analisi delle risposte fornite dai titolari di microimprese emerge un generale divario di digitalizzazione operativa, che deriva anch’esso principalmente dalla difficoltà a individuare valore strategico. Eppure la percezione di fondo è positiva: per il 92% dei titolari la tecnologia rappresenta, in generale, un’opportunità.

Il 31% dei titolari dichiara di avere un’operatività prevalentemente analogica; il 50% utilizza alcuni strumenti digitali (email ecc.) non integrati tra loro.

Il 18% dichiara di adottare strumenti più avanzati come applicazioni di CRM, automazioni anche parzialmente integrati tra loro: appena l’1% ha una strategia di impiego del digitale strutturata e integrata.

Quando viene chiesto quanto il digitale sia critico per l’azienda, il 53% dei titolari di microimpresa dichiara di vederlo “utile ma non strategico”.

Esiste una distanza tra percezione e competenze auto-dichiarate e applicazione pratica della tecnologia, che si riflette nel quotidiano di aziende dove una o poche persone sono focalizzate sul qui ed ora. Non riescono a maturare una consapevolezza reale di cosa può offrire un digitale sostenibile, e avrebbero bisogno di capire in modo concreto a cosa serve l’AI, che cosa porta una soluzione tecnologica nel business.  L’incentivazione all’innovazione per questa categoria di imprese che – ricordiamo – rappresenta il 94,5% del nostro tessuto produttivo, dovrebbe essere semplice, capillare e basata su casi concreti” commenta Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale.

Uno svantaggio competitivo che rischia di aggravarsi

Il problema va affrontato con urgenza nel quadro del percorso di trasformazione digitale del nostro paese, perché l’immaturità delle microimprese rispetto al digitale sostenibile rappresenta già oggi uno svantaggio competitivo.

L’Osservatorio 2026 ha esplorato, come di consueto, le dimensioni integrate del digitale e della sostenibilità attraverso la misurazione dell’indice DiSI (Digital Sustainability Index). Mettendo a confronto lo scenario emerso dai consumatori coinvolti nello studio con quello delle microimprese, emerge una distanza che deve preoccupare.

Tra i consumatori, i “sostenibili digitali” – persone che hanno una visione e un uso consapevole del digitale e ne considerano l’impatto e il ruolo giocato per la sostenibilità sociale e ambientale – rappresentano il 29% del campione, contro il 21% dei microimprenditori. Tra i microimprenditori, invece, il gruppo più rappresentato, con il 44% del totale, è quello degli “insostenibili analogici”, che non vedono valore nella tecnologia né hanno una visione consapevole della sostenibilità: dieci punti in più rispetto al 34% registrato tra i consumatori.

Questo divario si trasforma in divario tra una domanda più matura, attenta a digitale e sostenibilità, e un’offerta che viene proposta e sviluppata alla vecchia maniera, con ulteriori conseguenze sulla capacità di crescita di una larga parte delle microimprese” commenta Epifani.

Di qui la necessità, come evidenziato nell’Osservatorio, di attivare percorsi di sensibilizzazione concreti, basati su un approccio “tra pari” e pragmatico, che consenta alle microimprese di riconoscere nell’esempio concreto di chi già sta sperimentando le tecnologie le potenzialità di un’adozione incrementale e mirata dell’intelligenza artificiale e del digitale nei loro processi quotidiani.