Dall’esperienza di WebGas nasce Uptonica, la piattaforma che punta a collegare dati, strumenti e processi aziendali. Antonio Tresca racconta come rendere l’intelligenza artificiale utile nel lavoro quotidiano.

Antonio Tresca Ceo di Uptonica

«Investiamo in tecnologia per lavorare meglio, ma finiamo per dedicare una parte del lavoro a far funzionare la tecnologia stessa». Antonio Tresca, imprenditore nel digital marketing, sintetizza così un paradosso che molte aziende conoscono: gli strumenti digitali si moltiplicano, ma le informazioni non sempre circolano tra un sistema e l’altro. A collegarli sono spesso le persone, impegnate a trasferire dati, verificarne l’aggiornamento e ricostruire il contesto necessario per ogni attività.

Da questo problema nasce Uptonica, il progetto sviluppato insieme al fratello Giovanni Tresca, a partire dall’esperienza di WebGas, l’agenzia di marketing digitale fondata nel 2021. L’obiettivo è collegare dati, strumenti e processi aziendali, mettendo a disposizione dei gruppi di lavoro un contesto condiviso sul quale possa operare anche l’intelligenza artificiale. Al centro della piattaforma c’è Lia, un’assistente AI progettata per supportare le attività utilizzando le informazioni aziendali disponibili.

Originario di Benevento, Antonio Tresca si è formato all’Università Bocconi, con esperienze di studio a Maastricht e alla Tsinghua University di Pechino. Il suo percorso nel marketing digitale lo ha portato a lavorare in Italia e all’estero, anche in Google come consulente Ads e Program Manager, affiancando startup e imprese nelle strategie di comunicazione e pubblicità online.

Con lui abbiamo affrontato il costo della frammentazione digitale, le possibilità offerte dall’integrazione e le condizioni necessarie per trasformare l’automazione in un beneficio concreto per le imprese

Partiamo dal problema. Oggi le aziende utilizzano sempre più software e strumenti digitali. Perché questo può diventare un limite anziché un vantaggio?

«La differenza tra limite e vantaggio sta nel modo in cui un’azienda utilizza i propri strumenti. Aggiungere un software è relativamente semplice. Fare in modo che lavori insieme agli altri è molto più complicato. Un’azienda può avere un ottimo CRM, strumenti per il marketing, piattaforme per gestire le vendite e applicazioni per produrre contenuti. Singolarmente funzionano, ma spesso non condividono le informazioni nel modo giusto».

Che cosa comporta questa mancata condivisione nel lavoro quotidiano?

«Il risultato è che le persone devono continuamente spostare dati, verificare che siano aggiornati e ricostruire informazioni già disponibili altrove. È un paradosso: investiamo in tecnologia per lavorare meglio, ma finiamo per dedicare una parte del lavoro a far funzionare la tecnologia stessa. Le persone diventano il collegamento che manca tra i software. Da qui deriva quello che chiamo il costo della frammentazione. Un costo che non sempre compare nei bilanci, ma che pesa ogni giorno sull’organizzazione».

Quanto costa concretamente questa frammentazione alle imprese?

«Il costo è più ampio di quanto si pensi e non si limita agli abbonamenti ai software. C’è un costo economico, che deriva da quanto paghiamo per gli strumenti; c’è un costo operativo, legato alle ore che le persone trascorrono a trasferire informazioni, aggiornare dati e svolgere attività ripetitive; poi c’è un costo meno visibile, ma spesso più importante: quello delle opportunità che non riusciamo a cogliere. Se una persona passa ore a ricostruire i dati di un cliente, ne ha meno per capire le sue esigenze, migliorare un’offerta o sviluppare una nuova opportunità commerciale. Per questo, quando valutiamo un investimento in uno strumento dovremmo chiederci anche quanto lavoro servirà per usarlo ogni giorno. Il prezzo dell’abbonamento è solo una parte del conto».

Come avete individuato questo problema?

«Lavorando in WebGas, l’agenzia di marketing digitale che ho fondato con mio fratello Giovanni nel 2021, abbiamo avuto modo di confrontarci con aziende diverse per settore, dimensioni e organizzazione. Nel tempo abbiamo riconosciuto un problema comune a tutte: le imprese investivano in nuovi strumenti, ma questo non consentiva loro di lavorare meglio. Le informazioni restavano distribuite tra sistemi diversi e molte attività continuavano a dipendere da interventi manuali. Con l’arrivo di strumenti dotati di intelligenza artificiale, il rischio era ripetere lo stesso errore: aggiungerne di nuovi senza risolvere il problema di fondo».

Come siete passati da questa osservazione all’idea di una piattaforma?

«A quel punto ci siamo chiesti se avesse senso continuare ad aggiungere strumenti oppure se fosse arrivato il momento di ripensare il modo in cui questi lavorano insieme. In risposta è nata Uptonica. Volevamo sviluppare un sistema capace di collegare informazioni e processi, rendendo l’intelligenza artificiale concretamente utile nel lavoro quotidiano delle aziende, riducendo la frammentazione degli strumenti e i costi che ne derivano».

Che cos’è Uptonica e come funziona?

«Uptonica è una piattaforma dotata di intelligenza artificiale, pensata per aiutare le aziende a collegare dati, strumenti e attività che spesso vengono gestiti separatamente. Il pensiero alla base è che un’azienda non dovrebbe ricostruire ogni volta il contesto necessario per svolgere un’attività. Le informazioni sui prodotti, sui clienti e sui processi dovrebbero essere sempre disponibili dove servono, senza obbligare le persone a passare continuamente da uno strumento all’altro».

Come rendete questo contesto disponibile a chi lavora in azienda?

«Per questo Uptonica mette a disposizione dei dipendenti l’intero contesto aziendale condiviso che può essere utilizzato nelle diverse attività. Al centro c’è Lia, l’AI di Uptonica, che supporta il lavoro di tutti, avendo a disposizione lo stesso database condiviso. Lia infatti è pensata proprio per essere inserita nei flussi di lavoro dell’impresa grazie al suo accesso alle informazioni aziendali rese disponibili nella piattaforma. In pratica, puoi iniziare un’attività con le informazioni già a disposizione, invece di doverle rincorrere ogni volta. Per questo, non si può considerare Uptonica solo uno strumento ma un vero e proprio sistema al supporto delle esigenze dell’azienda.»

Puoi farci un esempio concreto di come Uptonica può aiutare un’azienda?

«Prendiamo un e-commerce o un’azienda con un ampio catalogo di offerte. Per ogni prodotto esistono informazioni su caratteristiche, prezzi, disponibilità e descrizioni. Questi dati servono a chi gestisce il catalogo, a chi prepara le campagne pubblicitarie, a chi crea contenuti e al reparto customer care. Se le informazioni sono distribuite tra sistemi diversi, ogni attività richiede di recuperarle, verificarle e, talvolta, inserirle nuovamente. È un lavoro che si ripete continuamente. E ogni volta bisogna fare in modo che tutto sia corretto, coerente, aggiornato. Con Uptonica possiamo mettere tutte le informazioni a disposizione dei processi supportati dalla piattaforma. Se cambia una caratteristica del prodotto, per esempio, il nuovo dato può essere utilizzato nelle attività collegate, secondo le integrazioni e le automazioni configurate. Il vantaggio è ridurre le operazioni manuali, limitare le incoerenze e rendere più fluido il lavoro».

All’interno della piattaforma avete sviluppato Lia. Che ruolo ha e che cosa la distingue da un normale chatbot AI?

«Lia è l’assistente AI aziendale di Uptonica. La differenza principale è il contesto in cui opera. Quando utilizziamo un’intelligenza artificiale generica, dobbiamo spesso fornirle le informazioni necessarie per ogni attività: che cosa fa l’azienda, quali prodotti vende, a chi si rivolge e quali regole deve seguire. Lia è progettata per lavorare con le informazioni aziendali rese disponibili attraverso Uptonica. Questo le permette di supportare attività diverse facendo riferimento al contesto pertinente».

Come si traduce questa differenza, per esempio, nella creazione di contenuti?

«Se deve contribuire alla creazione di un contenuto, per esempio, può utilizzare le informazioni disponibili sul prodotto e sul brand. Non si tratta soltanto di avere un’intelligenza artificiale che risponde bene, ma di avere uno strumento che possa lavorare con informazioni pertinenti al contesto in cui viene utilizzato. In sostanza, la differenza si vede nell’output. Se le chiedo “Prepara un post per questo prodotto”, lei eseguirà il compito sfruttando i dati del catalogo e le indicazioni sul brand già disponibili. È questo che permette di passare dalla sperimentazione occasionale dell’AI a un utilizzo più strutturato all’interno dei processi aziendali».

Oggi molte aziende stanno adottando strumenti di intelligenza artificiale. Non rischiamo di aumentare proprio quella frammentazione che Uptonica vuole ridurre?

«Sì, ed è una delle contraddizioni che stiamo osservando. Oggi possiamo utilizzare un’applicazione per scrivere testi, un’altra per analizzare documenti e un’altra ancora per gestire le comunicazioni con i clienti. Ognuna può essere utile, ma il problema rimane se le informazioni non circolano tra questi strumenti. L’intelligenza artificiale rischia così di moltiplicare le possibilità operative senza ridurre il lavoro necessario per coordinarle. Questo non significa che le aziende debbano rinunciare agli strumenti specializzati. Ma prima di impiegarli bisogna ragionare anche sull’integrazione dei software aziendali: come si inseriscono nell’organizzazione e come condividono le informazioni. Credo che una delle sfide più importanti dei prossimi anni sarà proprio questa: non soltanto sviluppare sistemi di AI più capaci, ma renderli davvero utili all’interno dei processi in cui le persone lavorano ogni giorno».

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Uptonica può aiutare anche le piccole e medie imprese che non hanno competenze tecnologiche avanzate?

«Sì, ed è un aspetto importante del problema che vogliamo affrontare. Le grandi aziende possono disporre di team tecnologici interni e investire in progetti di integrazione complessi. Per una piccola o media impresa, invece, anche soltanto collegare correttamente gli strumenti già utilizzati può richiedere tempo, competenze e risorse difficili da reperire. Il rischio è che proprio le aziende che avrebbero più bisogno di recuperare tempo ed efficienza siano quelle che fanno più fatica ad adottare soluzioni avanzate. Per questo è importante rendere la tecnologia accessibile e utilizzabile senza richiedere competenze specialistiche a ogni persona coinvolta. Naturalmente, ogni azienda ha esigenze e processi differenti. Ma ciò che è necessario per tutte è sfruttare al meglio le informazioni e gli strumenti a disposizione, senza introdurre un ulteriore livello di complessità».

La promessa dell’intelligenza artificiale è spesso quella di far risparmiare tempo. Ma come si trasforma il tempo recuperato in un vantaggio economico?

«Il risparmio di tempo, da solo, non basta. Bisogna capire che cosa succede a quel tempo una volta recuperato. Se un team impiega meno ore a preparare report, aggiornare informazioni o coordinare strumenti, può dedicare più risorse ad attività che incidono sul risultato dell’azienda: comprendere meglio i clienti, migliorare un’offerta, sviluppare nuove opportunità commerciali o lavorare sulla qualità del servizio. È qui che il recupero di efficienza può trasformarsi in un vantaggio economico. Naturalmente, il risultato dipende da come vengono riorganizzate le attività e da quali obiettivi si vogliono raggiungere».

Quale responsabilità resta quindi all’imprenditore?

«Ma sta di fatto che l’automazione dei processi aziendali libera capacità operativa. Decidere come utilizzare quella capacità è una scelta imprenditoriale. Per questo non credo che il valore dell’intelligenza artificiale debba essere misurato soltanto in minuti risparmiati. Dobbiamo guardare anche a ciò che l’azienda riesce a fare meglio grazie a quel tempo».

Qual è l’ostacolo principale che incontrate quando proponete questo cambiamento alle aziende?

«Spesso il primo ostacolo è accorgersi che esiste un problema. Molte persone sono abituate a passare da un’applicazione all’altra, copiare dati, aggiornare fogli di calcolo e controllare manualmente che le informazioni siano corrette. Quando queste attività fanno parte della routine da anni, diventano quasi invisibili. Si finisce per considerare “normale” un lavoro che, in molti casi, esiste soltanto perché gli strumenti non sono collegati come dovrebbero. Per questo il primo passaggio non è proporre una nuova tecnologia, ma osservare: capire come si svolge il lavoro, dove si accumulano le attività ripetitive e quali passaggi richiedono più tempo del necessario. Soltanto dopo ha senso valutare che cosa automatizzare, quali strumenti integrare e dove un intervento può produrre un beneficio concreto».

In Italia il tema della produttività è particolarmente importante. Quale contributo può dare l’intelligenza artificiale?

«La produttività è una delle sfide strutturali del sistema economico italiano. E sarebbe superficiale affrontarla semplicemente chiedendo alle persone di lavorare di più. Dobbiamo creare le condizioni perché il tempo e le competenze disponibili producano più valore. L’intelligenza artificiale può contribuire, ma non è una soluzione automatica. Se introduciamo una nuova tecnologia in un processo inefficiente senza rivedere il modo in cui lavoriamo, rischiamo di ottenere benefici limitati o di trasferire il problema altrove. La tecnologia funziona quando risolve un problema reale, non quando si limita a rendere più veloce un’attività che non avremmo dovuto svolgere in quel modo. Per le imprese, questo significa partire dai processi, capire dove si disperdono tempo e risorse e utilizzare l’innovazione per migliorare l’organizzazione del lavoro. L’AI può essere una leva importante, ma il punto di partenza rimane la capacità di un’azienda di capire come lavora e che cosa può migliorare».

Guardando ai prossimi anni, come immagini l’evoluzione di Uptonica e del rapporto tra aziende e intelligenza artificiale?

«Credo che nei prossimi anni vedremo un’evoluzione verso sistemi sempre più integrati con il lavoro quotidiano. L’intelligenza artificiale sarà meno una tecnologia da consultare separatamente e sempre più una componente dei processi aziendali. Perché questo accada, però, non basterà avere modelli più potenti, ma serviranno modelli che abbiano a disposizione informazioni affidabili, contesto e strumenti progettati per supportare le attività aziendali. Per questo stiamo sviluppando Uptonica in questa direzione: fornire alle aziende un modo concreto per sfruttare l’intelligenza artificiale, collegandola alle informazioni e alle attività che fanno funzionare il business. Vorrei che a fine giornata un imprenditore potesse dire: “Oggi abbiamo seguito meglio i clienti e abbiamo creato più valore, senza rincorrere dati”. È in questa direzione che stiamo portando Uptonica».