Per i giovani le competenze AI risultano fondamentali per tutti i tipi di lavoro

Competenze del futuro - skill Competenze AI - pixabay

L’Intelligenza Artificiale ha superato la fase della pura sperimentazione ed è diventata quasi un pre-requisito strutturale di produttività. Il segnale del cambiamento arriva forte e chiaro anche dalle grandi istituzioni finanziarie globali: UBS, ad esempio, dal 2027 valuterà esplicitamente l’uso pratico dell’AI nei colloqui di selezione per neolaureati e stagisti a dimostrazione che la capacità di utilizzo di questi strumenti è non è più soltanto un plus tecnico, ma un requisito fondamentale di cui sarà sempre più difficile fare a meno.

Un’analisi condotta da Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale altamente qualificato, scatta una fotografia di un mercato del lavoro in profonda trasformazione, guidato dall’accelerazione dell’adozione dell’AI e da una riorganizzazione dei ruoli e delle competenze richieste dalle aziende di qualsiasi tipologia e dimensione.

L’adozione nelle imprese italiane: crescita record e divario dimensionale. In Italia, la diffusione dell’AI nelle aziende con almeno 10 addetti ha registrato una forte accelerazione: si è passati dal 5,0% del 2023 all’8,2% del 2024, al 16,4% nel 2025 (dati ISTAT). A guidare la transizione sono le grandi aziende (53,1%), mentre le PMI si fermano al 15,7%. A livello geografico, il Nord-Ovest si conferma il traino del Paese con il 19,3% di imprese che dichiarano di usarla. Anche le rilevazioni di Confindustria confermano questo trend: il 18,7% delle imprese associate, infatti, usa regolarmente strumenti di AI, mentre il 37% ne sta valutando l’introduzione. Tra chi è già attivo o in fase di valutazione, ben il 49,1% ha già avviato interventi sul capitale umano, puntando nel 79,5% dei casi sulla formazione interna.

Le barriere non sono tecnologiche, ma organizzative. Nonostante la spinta alla digitalizzazione, le aziende incontrano ostacoli precisi che risiedono soprattutto nella cultura e nella struttura. Secondo i dati ISTAT, al primo posto tra i freni all’adozione c’è la mancanza di competenze specifiche (58,6%), seguita dall’incertezza legislativa (47,3%), dalla scarsa qualità dei dati (45,2%), dai dubbi legati alla privacy (43,2%) e dai costi (43,0%).

Il vero collo di bottiglia non è dunque l’accesso alla tecnologia, ma la scarsa capacità di integrare governance, compliance, processi e capitale umano.

Boom della domanda e seniorizzazione dei profili junior. A livello globale, la domanda di ruoli con competenze AI cresce a un ritmo del +69% all’anno. In Italia, solo nel 2025, si sono registrati oltre 24.000 nuovi annunci di lavoro dedicati (pari all’1,7% del totale). L’impatto più dirompente si registra sui ruoli entry-level: il Global Jobs Barometer Report di PwC, ad esempio, evidenzia un fenomeno che potremmo definire seniorizzazione dei profili junior: nelle posizioni d’ingresso più esposte all’uso dell’AI è 7 volte più probabile che vengano richieste competenze tradizionalmente riservate alle figure senior (leadership, giudizio critico e visione strategica).

“Si tratta – precisa Joelle Gallesi, managing director di Hunters Group – di un cambiamento radicale nel mercato del lavoro per i profili più junior. Per loro, infatti, la gavetta tradizionale sembra accorciarsi: ai neolaureati non si richiede più soltanto l’esecuzione di compiti operativi, ma la capacità di validare gli output generati dall’AI e di prendere decisioni informate fin dalle prime fasi della carriera. Naturalmente, per questi lavoratori, l’affiancamento con professionisti senior e la formazione devono evolvere di pari passo, non più per trasferire nozioni operative (sempre indispensabili), ma per allenare quel giudizio critico che nessuna intelligenza artificiale è ancora in grado di simulare”.

La trasformazione dei ruoli non-tech. L’AI entra prepotentemente in alcune attività e diventa quasi indispensabile. Pensiamo, ad esempio, all’ambito sales & marketing (33,1%) dove viene usata per l’analisi dei comportamenti d’acquisto, per la previsione della domanda o per la creazione di contenuti, oppure alle funzioni amministrative e legali (25,7%) per automatizzare il back-office, estrarre dati da contratti e fatture e fare ricerca tra gli archivi normativi. Anche R&D e innovazione (20%) e finanza, operation e HR sono toccate dall’applicazione sempre più diffusa dell’intelligenza artificiale; le prime per simulazioni complesse o per la progettazione digital twin, le altre per la valutazione del rischio di credito, per la manutenzione predittiva o per il controllo qualità.

Le competenze del futuro: siamo nell’era dell’intelligenza sorvegliata. “I dati – conclude Joelle Gallesi – mostrano chiaramente come l’adozione dell’AI nelle imprese italiane stia vivendo una crescita esponenziale. Accanto a questa accelerazione, però, c’è una sfida organizzativa che non possiamo trascurare. Oggi le competenze legate all’AI diventano un requisito fondamentale e trasversale per qualsiasi ruolo (anche) non-tech, dal marketing al legal, dalla finanza alle risorse umane. Oggi non si cercano più solo tecnici, ma profili capaci di portare in azienda un’intelligenza sorvegliata. Ormai siamo tutti consapevoli che l’AI non sostituirà mai i professionisti, ma li affiancherà rendendo sempre più centrali il pensiero critico, la verifica dei dati, la gestione dei bias e la validazione degli output. La responsabilità e la supervisione finale delle decisioni rimangono e rimarranno umane, ma per i giovani e per chi si affaccia sul mercato del lavoro saper governare questi strumenti significa oggi dimostrare da subito visione strategica e capacità di impattare concretamente sui risultati aziendali. Ed è questo il plus del futuro”.