
Per anni la casa intelligente è stata raccontata come una somma di dispositivi: il termostato da regolare dal telefono, l’assistente vocale in salotto, la telecamera che manda una notifica quando qualcuno attraversa il giardino. Oggi a guidare la domanda non è più il comfort ma la protezione. Chi si occupa di sicurezza informatica riconoscerà però un vizio di impostazione che conosce bene: molta attenzione al rilevamento, molta meno al livello che deve resistere.
Un mercato da un miliardo che corre sulla security
Secondo l’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, nel 2025 il mercato italiano della smart home ha superato per la prima volta il miliardo di euro, con una crescita dell’11% sull’anno precedente. A trainarlo è la sicurezza: videocamere, sensori per porte e finestre, videocitofoni e serrature connesse valgono 305 milioni di euro, il 30% del totale, in aumento del 22%. Non a caso la direttrice dell’Osservatorio, Angela Tumino, ha indicato proprio la sicurezza come il canale attraverso cui il consumatore entra nel mondo della casa connessa.
È una domanda che poggia su un problema concreto. L’Osservatorio Censis-Verisure sulla sicurezza della casa conta 155.590 furti in abitazione denunciati in Italia nel 2024 e rileva che in quasi tre casi su quattro (72,6%) i ladri hanno trovato l’abitazione vuota. È lo scenario per cui la telecamera con notifica sullo smartphone sembra la risposta perfetta: si è lontani, si vuole sapere cosa succede.
Dall’11 settembre la serratura smart risponde anche del firmware
Sul versante digitale il 2026 segna un passaggio normativo preciso. Dall’11 settembre è operativo l’articolo 14 del Cyber Resilience Act (Regolamento UE 2024/2847): i fabbricanti di prodotti con elementi digitali devono segnalare a ENISA e ai CSIRT nazionali le vulnerabilità attivamente sfruttate e gli incidenti gravi, con un preallarme entro 24 ore. Tra i prodotti interessati rientrano quelli per la casa connessa, comprese serrature intelligenti e videocamere di sicurezza. La piena applicazione del regolamento, con i requisiti di sicurezza fin dalla progettazione e la marcatura CE, arriverà l’11 dicembre 2027.
Per chi porta dispositivi connessi dentro casa è un progresso: il livello software entra in un regime di responsabilità simile a quello che il componente fisico conosce da tempo. Perché la porta d’ingresso un proprio standard di sicurezza ce l’ha già, e funziona con una logica che i professionisti IT troveranno familiare.
Il tempo come metrica: cosa misurano le classi antieffrazione
La norma UNI EN 1627 classifica porte, finestre e chiusure in sei classi di resistenza all’effrazione, dalla RC1 alla RC6. Le prove di laboratorio, regolate dalle norme EN 1628, 1629 e 1630 (carico statico, carico dinamico e tentativo manuale con attrezzi), associano a ogni classe un profilo di attaccante e un tempo. In classe 3 il serramento deve resistere a circa 5 minuti di attacco effettivo con cacciaviti, piede di porco e trapano manuale; in classe 4 a circa 10 minuti, con in più seghe, asce, scalpelli e trapani a batteria.
Non è il tempo che impiegherà un ladro reale, ma il tempo di contatto misurato in prova. Il principio però è lo stesso del time-to-compromise in sicurezza informatica: nessun sistema è inviolabile, l’obiettivo è rendere l’attacco abbastanza lungo, rumoroso e rischioso da renderlo antieconomico. Ed è qui che livello fisico e livello digitale smettono di essere alternativi. La telecamera rileva, la porta trattiene. Una notifica che arriva mentre l’ingresso cede in pochi secondi serve a documentare il furto, non a impedirlo. La stessa notifica, con davanti un margine di resistenza certificato, lascia il tempo a una vigilanza o alle forze dell’ordine di intervenire.
Ingressi esposti: un perimetro senza firewall
Il ragionamento pesa ancora di più nelle case indipendenti, dove non c’è un portone condominiale a fare da primo filtro e tra la strada e il soggiorno c’è un solo elemento. «In una villetta la porta d’ingresso è l’unico perimetro che esiste: niente androne, niente portineria, spesso nessuno che la veda dalla strada», spiega Andrea Semonella, Titolare e Direttore Marketing di Ariete Porte Blindate, marchio del gruppo Finestre Antirumore che progetta e installa porte blindate dal 1991. «Chi tenta un furto fa un calcolo di tempo e di visibilità. Sulla visibilità oggi aiutano telecamere e sensori. Sul tempo può intervenire solo la porta, ed è per questo che per gli ingressi isolati indichiamo la classe 4 e non la 3.»
Le porte blindate per esterno devono però reggere anche un secondo tipo di stress, quello ambientale: sole, pioggia battente, sbalzi termici, salsedine. Una porta che si deforma o si gonfia perde la chiusura corretta, e con essa una parte delle prestazioni certificate. Per questo i portoncini progettati per stare all’esterno lavorano su pannelli trattati contro raggi UV e umidità, soglie in alluminio a tenuta d’aria e d’acqua e doppie guarnizioni perimetrali; nei modelli di Ariete Porte Blindate, certificati in classe 3 e 4 dall’Istituto Giordano, l’isolamento termico arriva a una trasmittanza di 0,8 W/m²K. È l’equivalente fisico della manutenzione di un sistema: una protezione che si degrada senza che nessuno se ne accorga è una vulnerabilità silenziosa.
La chiave come credenziale: emissione controllata e revoca
C’è un altro punto in cui le due culture della sicurezza si incontrano: la gestione delle credenziali. Una chiave tradizionale è una password che non si può cambiare e che chiunque, avendola in mano per qualche minuto, può far duplicare. Le serrature di fascia alta affrontano il problema con gli stessi principi dell’identity management: profili di chiave brevettati, duplicazione concessa solo dal produttore e solo al proprietario verificato, e un meccanismo di revoca. Nei cilindri Ariete, per esempio, il sistema 5+1+1 prevede due chiavi di emergenza che ricodificano il cilindro e rendono inutilizzabili tutte le chiavi precedenti, senza bisogno di un tecnico.
«Chi lavora nella sicurezza informatica lo dà per scontato: una credenziale persa si revoca, non si spera che nessuno la trovi», osserva Semonella. «Sulle chiavi di casa questo ragionamento è arrivato tardi. Il digitale ci ha aggiunto lo spioncino che manda la notifica sul telefono e le serrature elettroniche, ma l’architettura resta la stessa: prima un perimetro che resiste, poi gli strumenti per sapere cosa succede.»
Cosa chiedere prima di scegliere
Per chi progetta la sicurezza di un’abitazione, propria o di un cliente, la verifica somiglia a un audit:
- il certificato di prova secondo UNI EN 1627 rilasciato da un laboratorio accreditato, riferito all’insieme di anta, telaio e serratura e non al solo pannello;
- una classe coerente con l’esposizione dell’ingresso, più alta per le abitazioni isolate o non visibili dalla strada;
- per le componenti connesse, chi rilascia gli aggiornamenti firmware e per quanto tempo, un’informazione che con il Cyber Resilience Act i produttori saranno tenuti a dichiarare;
- la qualità della posa, perché una porta certificata montata male non mantiene le prestazioni misurate in laboratorio.
Il mercato continuerà a spingere sui dispositivi intelligenti, e l’intelligenza artificiale renderà telecamere e sensori sempre più capaci di distinguere un passante da un tentativo di intrusione. Ma rilevare non significa resistere: il primo livello dello stack della sicurezza domestica resta l’unico che non si aggiorna via software.



























































