
La quota di PMI italiane che utilizzano strumenti di intelligenza artificiale (“IA”) è passata dal 7,2% al 38%. Un altro 17,4% sta per introdurli nella propria attività, ma il 56,7% degli imprenditori ammette di avere difficoltà a capire quali applicazioni possano essere davvero utili alla propria impresa. Ma questi due dati, tratti da una recente ricerca CNA, “manifestano chiaramente – commenta Nadia Martini, legale del gruppo internazionale Rödl, massima esperta italiana in materia di cybersicurezza e innovation – una situazione a dir poco preoccupante che racconta di un’adozione repentina ed entusiastica dell’IA nei processi e nei prodotti aziendali senza averne consapevolezza”.
Situazione più seria ancora se la si inquadra nel contesto generale di allarme globale circa gli imminenti rischi dovuti ad un’intelligenza artificiale che, fuori dal controllo umano, possa inarrestabilmente generare danni non solo ad aziende e consumatori ma anche alle infrastrutture strategiche globali dei paesi. E’ quella che è gergalmente soprannominata la Bad-AI (l’intelligenza artificiale maligna), che agisce oltre il programmato, in conflitto pure con se stessa.
E’ di ieri il caso del cyberattacco alla catena del freddo di una serie di supermercati in Francia che ha creato milioni di euro di danni, anticipato solo di pochi giorni dall’annuncio pubblico di Anthropic che, spiega l’esperta di Rödl “allerta circa il fatto che, entro pochi mesi i modelli di IA potrebbero copiarsi e diffondersi su dispositivi IoT, dai forni smart alle TV, diventando difficili da fermare se decidessero di lanciare cyberattacchi”. Mentre, ha investigato il New York Times, l’intelligenza artificiale di OpenAI è sfuggita di controllo e attaccato strutture informatiche del governo americano. Ancora: Bill Gates prevede “molte brutte sorprese”, perché i sistemi di difesa attuali non appaiono sufficientemente solidi per fronteggiare gli attacchi hacker alimentati dall’IA, mentre sempre più malintenzionati stanno sfruttando le potenzialità dei modelli per le loro attività criminali.
“Immaginate questo scenario in un sistema produttivo come quello italiano dove le PMI sono generalmente impreparate non solo a neutralizzare cyberattacchi ma in moltissimi casi persino ad adeguarsi al sistema normativo” spiega Nadia Martini, che le espone a importanti sanzioni quand’anche a reati penali per il quale è previsto l’arresto e la reclusione (è di recente emanazione il decreto legislativo 160/2026 che sancisce il reato di AI ad alto rischio).
“Giusto per dare un’idea per prevenire data breach e vulnerabilità dell’intelligenza artificiale – spiega Nadia Martini – le imprese devono adottare un approccio concreto alla sicurezza: mappatura dei sistemi, valutazione dei rischi, misure tecniche e organizzative adeguate, supervisione umana e controlli documentati, secondo i principi della legge 132/2025 e dell’AI Act.”
ITALIA PRIMA IN EUROPA E A LIVELLO GLOBALE PER ADEGUAMENTO NORMATIVO CONTRO BAD-AI
“Il quadro normativo europeo e nazionale è in rapida e continua evoluzione proprio per fronteggiare cybercrimini, anzi – sottolinea l’esperta – l’Italia con i recenti provvedimenti è prima in Europa, se non a livello globale, per l’adeguamento del proprio sistema normativo”.
Il D.Lgs. 160/2026, in vigore dal 30 settembre, rafforza le responsabilità: nelle controversie risarcitorie per violazione degli obblighi dell’AI Act opera una presunzione, salvo prova contraria, del nesso causale tra violazione e danno; inoltre, determinate omissioni di sicurezza nei sistemi AI ad alto rischio possono costituire reato quando generano pericoli per l’incolumità o la sicurezza dello Stato.
“E dal 23 ottobre – anticipa Nadia Martini di Rödl – entrerà inoltre in vigore anche il D.Lgs. 179/2026, che disciplina, tra l’altro, le sanzioni amministrative per le violazioni dell’AI Act, cui si affiancano le responsabilità risarcitorie, anche da prodotto difettoso ove applicabili. Ovvero non basta più quindi adottare misure di sicurezza, bensì occorre poter dimostrare di averle effettivamente attuate. E se per le multinazionali la partita è dura, quanto costosa, ma comunque affrontabile, per le piccole e medie aziende, per quanto diligenti, la posta in gioco è ora altissima” conclude la legale.



























































