
«Le professioni intellettuali sopravviveranno all’intelligenza artificiale?». Con questa domanda provocatoria si è svolta oggi, a Palazzo Turrisi-Palumbo di Lecce, la presentazione di DIGEAT Festival 2026, organizzata da ANORC con la collaborazione di Digitalaw e con il patrocinio degli Ordini degli Avvocati, degli Ingegneri e dei Consulenti del Lavoro di Lecce. Hanno dialogato, moderati dalla giornalista Azzurra De Razza e da Andrea Lisi, ideatore e direttore del progetto DIGEAT e presidente ANORC Professioni: il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Lecce Antonio De Mauro; David Montefrancesco, esperto in politiche di valorizzazione delle specificità alimentari e agente di sviluppo del progetto QBO; Mauro Minenna, direttore generale di ACI Informatica; Michele Kettmajer, docente del corso «Fenomenologia dell’Intelligenza Artificiale»; Sara La Bombarda, responsabile della Transizione Digitale dell’Agenzia Regionale per la Tecnologia, Valentina Ndou, professore associato di Ingegneria dell’Innovazione all’Università del Salento.
Per la Regione Puglia ha portato il saluto l’assessore al Bilancio e al Personale Sebastiano Leo, che ha richiamato il ruolo della digitalizzazione per una pubblica amministrazione più rapida e meno burocratica e ha auspicato un sostegno ancora più forte della Regione a occasioni di confronto come questa. Per la Provincia di Lecce è intervenuto il presidente Fabio Tarantino, che ha invitato a governare un cambiamento impossibile da fermare, affidandosi ai professionisti. Per il Comune di Lecce ha parlato il sindaco Adriana Poli Bortone, che ha raccontato come l’IA faccia risparmiare tempo nella ricerca delle norme, ma lasci a chi governa la responsabilità delle scelte.
Il primo punto su cui il dibattito ha trovato un’intesa è che l’IA non va confusa con l’intelligenza umana. È una simulazione, a volte molto accurata, costruita sui dati che le persone producono: guarda al passato e combina elementi in modo probabilistico, e per questo difficilmente produce il «guizzo creativo» dell’invenzione. Non ha coscienza né identità, non è in grado di compiere quegli atti guidati da valori che distinguono il lavoro umano dalla semplice esecuzione, e la sensibilità, hanno ricordato più voci, resta una prerogativa delle persone. Anche il termine «intelligenza» è stato messo in discussione: più che una nuova intelligenza, l’IA è un nuovo modo di svolgere il proprio lavoro.
Se la tecnologia è uno strumento, la fiducia va guadagnata e va accompagnata dal controllo. Una formula ha riassunto il senso dell’incontro: fiducia si, fede no, come ha sottolineato Andrea Lisi
Controllare, però, oggi è più difficile: non basta verificare il risultato in superficie, occorre risalire alle fonti, mentre gli algoritmi restano spesso opachi, racchiusi in sistemi «black box» e protetti da diritti industriali. Due le trappole indicate: usare strumenti che non si comprendono e delegare così tanto da perdere memoria, competenze e capacità di ragionare. Il rischio più concreto, ha osservato Michele Kettmajer, è che al professionista resti la sola «firma» sotto decisioni prese da sistemi automatici: la professione resterebbe in piedi, ma svuotata della sua funzione. Una fiducia ben costruita, hanno aggiunto altri interventi, nasce da trasparenza, tracciabilità e responsabilità chiare, e serve a permettere al dubbio di essere esercitato nel modo migliore. Quella che si chiama «resistenza al cambiamento» è spesso, in realtà, mancanza di fiducia.
Nessuno ha negato i rischi. Ogni rivoluzione industriale ha trasformato le professioni: molte attività intellettuali si specializzeranno e quelle ripetitive potranno essere automatizzate, sempre sotto controllo umano. L’accelerazione degli ultimi mesi ha già ridotto alcuni ruoli di supporto e può lasciare persone senza lavoro, e questa quarta ondata di cambiamento, è stato ricordato, ha caratteri diversi dalle precedenti. Nessuno sa cosa sarà possibile tra pochi anni: per questo, ha detto qualcuno, la domanda va posta senza darne la risposta per scontata. Per evitare esclusione anziché inclusione servono politiche pubbliche, regole e accesso alle infrastrutture, non solo l’invito a essere «più umani». Tra gli effetti possibili è stato indicato anche un nuovo valore per il saper fare e per le attività artigianali autentiche.
La formazione è stata indicata da tutti come la leva decisiva, ma non l’unica. Nelle università, ha spiegato la professoressa Ndou, un’indagine condotta in cinque atenei europei ha fatto emergere che il 55% è in una fase di sviluppo dell’IA, il 35% all’inizio e solo il 10% a un livello avanzato, mentre il 63% dei giovani europei tra 16 e 24 anni usa già questi strumenti. Le priorità sono l’alfabetizzazione di chi insegna e lavora negli atenei, l’integrazione dell’IA nella didattica senza che sostituisca il pensiero, nuove forme di valutazione e un’attenzione costante a etica e responsabilità. Le competenze più preziose sono quelle di pensiero critico e analitico: fare le domande giuste, verificare, continuare a imparare. Nella pubblica amministrazione, come ha sottolineato Sara La Bombarda, inoltre, la formazione dei singoli non basta, perché spetta alle organizzazioni prepararsi: molti dipendenti sperimentano l’IA prima che gli enti sappiano come integrarla, e l’obiettivo resta generare valore pubblico, misurando per chi e come migliora davvero un servizio.
Dal mondo giuridico è arrivato un doppio avvertimento. Gli errori di controllo sono sempre esistiti, anche prima dell’IA: l’aneddoto ricordato da Antonio De Mauro, di un ricorso in Cassazione rovinato da un «copia e incolla» di fotocopie ha strappato il sorriso e ricordato che verificare il proprio lavoro è parte della professione. Ma il rischio nuovo è che le stesse norme, sempre più specialistiche, piene di rinvii e trasformate in standard tecnici, perdano l’astrattezza che permette al giurista di farle evolvere.
Tra le indicazioni concrete: usare l’IA come un «second brain», una base di conoscenza propria, persistente e riutilizzabile; creare «tensione» con lo strumento e con i collaboratori, perché la macchina tende a dare ragione a chi la interroga; trattarla come un membro del team, il cui lavoro va riconosciuto e valutato; e non ridurla a una «scatola magica» in cui porre una domanda e attendere una risposta.
La risposta alla domanda iniziale è stata, nel complesso, sì: «sopravviveremo, e sopravviveremo bene», a condizione di sapersi rapportare correttamente agli strumenti. Sopravvivranno le professioni capaci di integrare quello che è stato definito «capitale semantico», la capacità tutta umana di trasformare dati e contenuti in significato, parole e decisioni.






























































