Stiamo vivendo una situazione di assoluta emergenza sanitaria, sociale ed economica: alla fine, saremo capaci di trarre qualche utile insegnamento? Se sì, oggi, a quali conclusioni possiamo già arrivare? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Bonini, laureato in ingegneria gestionale e Project Manager con oltre 12 anni di esperienze nazionali e internazionali

Giovanni Bonini, consulente e Temporary Manager, è autore del libro “Da GanttProject alle Soft Skills – gestire, pianificare e controllare i progetti/casi aziendali: Pagani Automobili e Zordan Group”.

Bonini, lei si è laureato in ingegneria gestionale presso l’Università degli Studi di Padova. C’è un modo sintetico per descrivere quanto stiamo vivendo?

“Sì, però non l’ho inventato io. Si tratta di un vecchio detto popolare, ideato da non so chi: “Non c’è due senza tre”. Come dichiarato nella precedente intervista, la SARS, causata da un Coronavirus, bussò alla porta di casa all’inizio di questo millennio, per poi sparire: un primo avvertimento, che ignorammo. Poi fu la volta della MERS, anch’essa causata da un Coronavirus e tuttora in circolazione. Un secondo avvertimento, quindi. È servito ad alzare la guardia? Purtroppo, per capire che l’acqua bollente scotta, l’uomo si deve ustionare per bene, dopo di che, di solito, dimentica molto in fretta. Che prima o poi sarebbe scoppiata una nuova pandemia non era possibile o probabile, bensì una certezza. Dubito fortemente che questa sarà l’ultima. Ciò nonostante, ci siamo fatti trovare impreparati, a tutti i livelli: dalle aziende a molti Governi (e non solo). In futuro, non dovrà più essere così. Uno dei principi fondamentali del Project Management è “The Vital Few Versus The Trivial Many”, legato alla nota legge di Pareto (80/20). In pratica, ci si deve concentrare sugli aspetti prioritari (per chi?) e trascurare i dettagli e le cose di poco conto. Vediamolo con un esempio. Se fossi un Capo di Stato/Primo Ministro e dovessi scegliere fra un aereo di rappresentanza, una nuova portaeromobili o il potenziamento della sanità per salvare delle vite, sceglierei senza indugio quest’ultimo punto, perché più importante, a mio avviso, per la collettività. In qualità di Capo di Stato/Primo Ministro, infatti, dovrei agire a vantaggio del beneficiario e cliente pagante, vale a dire il popolo, cioè il mio superiore, al quale dovrei rispondere di tutte le mie azioni. Non so se, in giro per il mondo, vada sempre così: forse sì o forse no. In presenza di un’emergenza medica, come abbiamo visto in queste settimane, la sanità può essere sì potenziata, ma servono soldi e tempo, due risorse che non abbiamo. I primi si possono anche racimolare, spero non tramite un prelievo forzoso dai nostri risparmi (conto corrente e/o deposito titoli), mentre il secondo è più problematico, perché il tempo di reazione può essere ridotto, ma fino a un certo punto. C’è un Lead Time per strumenti e macchinari, così come serve del tempo per assumere e formare il personale. Questo vale tanto per il medico chirurgo quanto per l’infermiere. Ecco perché è fondamentale giocare d’anticipo. Invece, abbiamo lasciato che il virus fosse sempre una o due mosse davanti a noi e mi sa che stiamo ancora inseguendo. Per questa ragione, sono state prese delle misure ancor più drastiche delle precedenti, simili a quelle cinesi, che hanno funzionato bene. Tutto ciò ci deve rasserenare”.

Dunque, lei è dalla parte dei cittadini. Giusto?

“Il discorso è complesso. In linea di principio, mi verrebbe da dire di sì, ma non dobbiamo dimenticarci che siamo stati noi, non la politica, a spargere il virus, per via di alcuni comportamenti inadeguati, talvolta inqualificabili, che hanno favorito il contagio, portando ai numeri che, purtroppo, abbiamo visto e stiamo vivendo. La regola d’oro è questa: “Ciascuno deve stare il più possibile a casa, riducendo e virtualmente azzerando tutti i contatti, dentro e fuori le mura della propria abitazione. Ognuno di noi ha l’obbligo morale di comportarsi come se fosse infetto, anche se non è stato esposto o non manifesta i sintomi della malattia, proteggendo il più possibile tutti gli altri, soprattutto le fasce più deboli e maggiormente a rischio. Chi non lo fa si rende complice del collasso della sanità, del deterioramento della società e del tracollo dell’economia”. A parte questo, che è l’aspetto decisamente più importante, possiamo:

  • Aiutare con le nostre donazioni. Ci sono molte persone per cui questo Paese ha fatto tanto. È ora che ricambino e parecchi lo hanno già fatto. A parer mio, le donazioni andrebbero fatte soprattutto a livello Corporate, vale a dire alla Protezione Civile, che può così allocare le risorse in maniera ottimale, dirottandole laddove c’è maggior bisogno e urgenza;
  • Aiutare lo Stato, acquistandone i titoli, in modo tale che il nostro debito pubblico sia nelle mani degli Italiani. Non dimentichiamo, infatti, che controllare il debito significa controllare la Nazione. Basta far salire lo Spread, per costringere un Governo a dimettersi. Oggi, più che con le portaeromobili o le cannoniere volanti, la guerra si combatte in ambito commerciale, economico e finanziario. Nei prossimi anni, sarà fondamentale diminuire il nostro debito pubblico (un passo alla volta), per essere indipendenti e non ricattabili dai prepotenti, oppure vittima degli speculatori”.

Questo, però, è un vecchio tema e bisogna trovare il giusto Trade-Off tra crescita e debito pubblico. Non crede?

“Sì, ma non si cresce regalando soldi agli imprenditori, che poi, magari, portano la produzione all’estero, creando quella dipendenza da altri Paesi che ha rappresentato un grosso problema nel corso dell’attuale emergenza. Una Nazione come l’Italia non può e non deve dipendere da altri per i beni strategici, come le mascherine FFP2, FFP3, i ventilatori polmonari o i vaccini influenzali, tutte cose da produrre in casa. Se ci chiudessero i rubinetti, il prezzo da pagare sarebbe altissimo. Purtroppo, ce ne siamo resi conto in questi giorni, sebbene sia un po’ la scoperta dell’acqua calda. C’è un altro tema importante, legato alla Supply Chain, che può essere (molto) lunga, oppure corta. Al fine di risparmiare qualche nichelino nel breve periodo, certi imprenditori con scarsa lungimiranza si sono rivolti a dei fornitori ubicati in Oriente, per poi trovarsi nei guai, quando le aziende da cui si approvvigionavano hanno interrotto o rallentato la produzione, per via della pandemia. Non hanno considerato i rischi, essendosi limitati a massimizzare il profitto nel breve periodo. Un palese errore, visto che, fra l’altro, molti fornitori si sono poi integrati a valle, portando via parecchie quote di mercato alle nostre aziende. Non è stata fatta un’adeguata analisi strategica e dei rischi, per esempio in base al modello delle 5 forze competitive di Porter. Un Paese in cui la gente pensa di essere troppa figa (si può dire?) per sporcarsi le mani è una Nazione che ha già perso. Che cosa fare, quindi? In che modo possiamo aiutare le imprese? Al posto di regalare soldi, per esempio tramite la formazione finanziata, dovremmo rendere attrattivo il territorio, affinché, dall’estero, vengano a investire qui in Italia. Ciò richiede:

  • Poche regole certe. Secondo me, abbiamo troppe leggi, talvolta non chiarissime, per cui non si capisce bene come debbano essere interpretate. Questo, agli investitori, non piace, perché accresce il rischio;
  • Una forte riduzione della burocrazia, ricordando che digitalizzare non significa sempre semplificare;
  • Aiuti alle imprese sì, purché se li meritino. Infatti, c’è azienda e azienda. C’è chi investe sulle persone e chi le sfrutta. Chi rispetta le regole e chi le viola. C’è chi paga le fatture e chi dice: “Se vuoi essere pagato, trascinami in tribunale, altrimenti non ti pago”. Dobbiamo aiutare i meritevoli e smetterla di regalare soldi a pioggia. Aiutiamo chi investe in Italia e genera ricchezza nel Paese, non chi porta o ha portato la produzione all’estero. Proprio in questi giorni, sono stato contattato da un cliente, che mi ha chiesto un’offerta. Dopo averla accettata, ha preteso, all’ultimo minuto, d’impormi in malo modo delle tariffe, dei termini e delle condizioni molto diverse da quanto pattuito. Ovviamente, non ho accettato. Aziende del genere non meritano alcuna sovvenzione pubblica e dovrebbero semplicemente uscire dal mercato. Per esempio, gli aiuti alle imprese potrebbero essere erogati in funzione del Turnover medio e della retribuzione annua lorda media, calcolata escludendo i dirigenti e tutte le figure collegate alla proprietà e ai dirigenti stessi, come mogli, figli, nipoti e parenti. Ciò per evitare che, al fine di aggirare le regole, compaiano improvvisamente dei falsi impiegati di 5° livello CCNL metalmeccanico con una retribuzione annua lorda di 130.000 euro. Ovviamente, nel computo andrebbero considerati anche i consulenti esterni, escludendo tutti quelli collegati alla proprietà e ai già citati dirigenti;
  • Farla finita con il Body Rental, che non promuove l’eccellenza. Ci sono società di consulenza e Management, anche temporaneo, che comprano e vendono persone come se fossero arance: mi domando se sia etico e a chi convenga. Se A, per esempio, necessita di un Temporary Operations Manager, perché rivolgersi a B, che acquista C, ricarica il 30% – 50% e vende C ad A, cercando di scaricare tutti gli oneri (costi e rischi) su C, mantenendo per sé i soli onori? Come si giustifica il ricarico operato da B? Qual è il reale valore aggiunto generato da B? Questo, in un mondo di persone, non dovrebbe accadere. Succede, però, nel mondo di oggi, in cui la gente è una risorsa da sfruttare e buttar via quando non serve più;
  • Rivedere tutto il mondo della ricerca e selezione del personale: spesso, le aziende non trovano le professionalità richieste perché non sono capaci di cercare e farsi aiutare come si deve. A volte, mi capita di rapportarmi con delle persone, magari laureate in materie umanistiche, che faticano molto a individuare i profili migliori, poiché non hanno le competenze necessarie per valutare i requisiti legati ad alcune posizioni, soprattutto se molto tecniche o marcatamente manageriali. Se non si cambia, non si va da nessuna parte;
  • Scuola e Università devono cambiare. Per esempio, abbiamo dei docenti di Project Management che non hanno mai gestito una commessa internazionale. La promozione non è un diritto, ma occorre guadagnarsela spuntando sangue (se necessario), non facendo ricorso: bisogna educare, insegnare e fare selezione;
  • La meritocrazia deve prendere il posto della partitocrazia e di altre logiche. Per esempio, non ho mai capito perché, in certi concorsi pubblici, venga richiesta una pregressa esperienza di X anni maturata nella Pubblica Amministrazione. Se uno ha lavorato nel settore privato, per quale motivo non è o non può essere all’altezza di un analogo incarico pubblico? Non capisco le ragioni di questa barriera all’entrata, anche perché la Pubblica Amministrazione non è sempre più efficiente o migliore di alcune aziende private.

Molte delle teste più brillanti che avevamo sono andate a vivere e lavorare all’estero, impoverendo la Nazione. Ma non è colpa loro. Uno, infatti, va via, se vive in un Paese in cui le conoscenze contano più della Conoscenza. Le competenze non sono retribuite. Sono riconosciute (a parole e a volte), ma pochi (guarda caso i migliori) sono disposti a pagarle, perché non conta la qualità, bensì spendere poco. Però, se spendi poco, hai poco: non la porti a casa una Ferrari con poche centinaia di euro. Ecco, oltre ad attrarre investitori e capitali, dobbiamo riuscire a riportare a casa i cervelli in fuga, cosa non facile, perché, se ti sei abituato all’aragosta, difficilmente ci rinunci per uno sgombro pescato la settimana prima. Gli imprenditori devono capire che, per crescere, bisogna rimettere al centro le competenze, tecniche e trasversali, che vanno retribuite in maniera dignitosa e adeguata. Credo nel Darwinismo, non nell’accanimento terapeutico: a un certo punto, se non si è capaci di stare sul mercato, meglio mettersi a fare dell’altro. Quindi, anziché foraggiare, promuovendo e sostenendo incapacità e inefficienza, occorre staccare la spina. I soldi che escono dalle nostre tasche sono una risorsa scarsa, da trattare con cura e allocare in maniera ottimale: basta buchi neri che inghiottono denaro”.

Ingegnere, pensa che, in merito alla vicenda Coronavirus, le aziende siano la parte lesa e non abbiano colpe?

“Molte imprese non hanno gestito il rischio e non si sono preparate adeguatamente per far fronte a un evento certo, che sicuramente si sarebbe verificato (prima o poi): nessuna pianificazione strategica ben fatta, almeno in molti casi. Quindi, hanno commesso degli errori e, di conseguenza, era chiaro che ci sarebbe stato un prezzo da pagare: chi sbaglia paga e lo fa in prima persona e di tasca propria. Inutile piangere e chiedere aiuti e sovvenzioni. Chi ha mantenuto la produzione in Italia, con una Supply Chain molto corta, e si è affidato a fornitori nazionali se la sta passando e probabilmente se la caverà meglio di chi ha fatto scelte diverse. Ecco, quindi, qualche idea per i nostri imprenditori:

  • Investire sulle competenze, che dovrebbero essere viste come strategiche, se si vuole crescere realmente;
  • Imparare a gestire adeguatamente i rischi, di qualsivoglia tipo;
  • Ripensare l’intera Supply Chain, basandosi su modelli che contemplino non solo i costi, bensì anche i rischi. Nel momento in cui questi si materializzano, infatti, ci sono sempre degli impatti, più o meno grandi, sui tempi, i costi, la qualità e la sicurezza.

Ripeto: chi sta piangendo non è una vittima della sfortuna. Ha semplicemente sbagliato. Non facciamone un dramma. Però, impariamo e pensiamo a un nuovo modello di Business, perché il vecchio sistema costruito non era e non è più sostenibile: con estrema arroganza, ci siamo illusi di dominare Madre Natura, sicché è arrivato un doveroso, prevedibile e previsto richiamo all’ordine. Nonostante l’esito di Event 201 e articoli come “SEVERE ACUTE RESPIRATORY SYNDROME CORONAVIRUS AS AN AGENT OF EMERGING AND REEMERGING INFECTION” dell’ormai lontano 2007 [1], in cui ciò che stiamo vivendo venne chiaramente indicato come una bomba a orologeria, che cosa è stato fatto? Eppure, un paragrafo di quell’articolo era molto chiaro: “SHOULD WE BE READY FOR THE REEMERGENCE OF SARS?”. A chi è interessato, consiglio di leggere soprattutto le ultime righe di quel paragrafo, un appello/consiglio/monito rimasto inascoltato, come abbiamo tristemente scoperto 13 anni dopo. Siamo stati poco accorti, accecati dal dio denaro, che il Santo Padre ha definito “sterco del diavolo”. La popolazione non può crescere all’infinito e la ricchezza non deve accumularsi nelle mani di pochissimi. Gli squilibri e la povertà agevolano il salto di specie, dopo di che i virus del conto in banca o della villa al mare se ne infischiano, perché colpiscono in maniera indiscriminata. Fra l’altro, sono stati girati molti Film, anche in tempi recenti (da “Virus Letale” del 1995 a “Contagion” del 2011), su ciò che stiamo vivendo: mi sa che la gente (inclusi gli imprenditori) li ha visti e rivisti, ma non ha capito più di quel tanto”.

C’è stato qualche grande assente, qualcuno che avrebbe potuto o dovuto fare di più?

“Mi aspettavo un po’ di più dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, soprattutto all’inizio. Hanno dato un nome alla malattia (COVID-19) e al virus che la provoca (SARS-CoV-2, che ha sostituito il precedente 2019-nCoV), ma temo che, specialmente nelle primissime fasi, abbiano un po’ sottovalutato il potenziale pandemico di questo Coronavirus: in casi del genere, la Quick Response è fondamentale. Che cosa sarebbe successo, se l’Europa avesse chiuso i propri confini alle prime avvisaglie, affrontando subito il problema a livello comunitario? Forse, sarebbe stato opportuno isolare l’Europa dal resto del mondo, supportando la Cina, per aiutarli a stroncare la rivolta sul nascere, mentre ci si poteva e doveva preparare al peggio, da ogni punto di vista (sanità, società ed economia). Il vero problema, dal mio punto di vista, è che manca ancora una vera e propria coscienza europea, un comune sentire. A volte, ho l’impressione che molti vedano l’Europa come una sorta di mucca dalle grosse mammelle, da cui ciascuno cerca di portare a casa propria la maggior quantità di latte (mi si perdonerà il paragone, forse dovuto al fatto che abito a qualche decina di chilometri da Vancimuglio). Peccato, però, che la nostra casa dovrebbe essere proprio l’Europa tutta, un qualcosa che fino a ieri esisteva solo sulla carta, più che nei cuori e negli spiriti degli Europei. Di fatto, l’Europa del tempo che fu era ed è migliorabile e non potrà mai funzionare bene, se non si costruirà un’unica coscienza europea condivisa. Se l’Europa non va, se ne deve prendere atto e cambiarla, non abbandonarla. Per esempio, in generale, a me non piace l’idea che, per uscire, ci sia una penale da pagare. Al posto delle barriere all’uscita, credo molto nell’attrattività: le cose, in Europa, dovrebbero funzionare così bene da scoraggiare e rendere assolutamente insensato l’abbandono, trasformando le attuali barriere all’uscita nel costo opportunità legato alla rinuncia dell’essere parte di una realtà assolutamente vincente e unica. Ecco, sarò un illuso, ma mi aspetto che, da questa vicenda e grazie al sangue versato da moltissime persone, possa nascere un’Europa autentica, vera e diversa, come la Fenice che sorge dalle proprie ceneri. Mi aspettavo di più da molti scienziati, ricercatori, politici e non solo: mentre il virus viaggiava in incognito, quasi tutti pensavano che fosse un problema cinese, prima, e italiano, poi. Sicché, anziché applicare la Lesson Learned cinese (e italiana), varie Nazioni hanno replicato a cascata i medesimi errori: è proprio così che si genera l’effetto domino capace di portare al collasso sistemico. È ancora presto per dirlo, ma è anche possibile che l’attuale Presidente degli Stati Uniti possa essersi giocato la rielezione e che il Coronavirus decreti la fine, comunque a mio avviso inevitabile, dell’egemonia americana, a favore della Cina. In ogni caso, il Project Management, la pianificazione, la gestione del rischio e della comunicazione sono stati e in parte sono ancora i principali assenti in tutta questa vicenda: se siamo messi così, direi un po’ in tutto il mondo, è anche per certi aspetti gestionali e logistici migliorabili (per esempio: gli approvvigionamenti e il relativo Planning), più che per questioni di carattere scientifico o sanitario in senso stretto”.

Bonini, che cosa possiamo dire della Borsa?

“Anche qui, penso che dovrebbe esserci un netto cambio di rotta. A volte, ho l’impressione di trovarmi difronte a una sorta di grossa sala giochi o a una specie di casinò, dove si può scommettere su qualsiasi cosa: dal tracollo finanziario di uno Stato al crollo della Borsa stessa. Il problema è che, se sono in una posizione dominante, posso agire attivamente per aumentare la probabilità che gli eventi su cui ho scommesso si verifichino. Forse per via della mia formazione ingegneristica, credo più nell’economia reale che in chi si considera troppo figo per sporcarsi le mani: l’ho già detto e scritto anche nel mio libro. Non vorrei che il comportamento altalenante della Borsa e il crollo di alcuni titoli rappresentassero l’ennesima occasione per acquistare a poco gli ultimi gioielli rimastici”.

Torniamo all’emergenza attuale. Secondo lei, c’è qualche altra cosa che si potrebbe fare?

“Personalmente, faccio ancora un po’ fatica a reperire le informazioni corrette, ma potrebbe anche essere un mio limite. Mi pare, però, che anche altri amici e conoscenti non abbiano sempre avuto le idee così chiare su ciò che era ed è lecito fare e quello che, invece, non è consentito. Il principio chiave dell’One Source Of Truth, forse, si sarebbe potuto applicare meglio. Navigo tra vari siti, per farmi un’idea della situazione, dei provvedimenti e del da farsi. Forse, un unico sito interamente dedicato al Coronavirus, con una sorta di “diario” continuamente aggiornato, sarebbe stato più utile e semplice, almeno dal punto di vista della comunicazione. Anche perché, a tutto questo, dobbiamo aggiungere Regioni, Province e Comuni. In ogni caso, la gente deve fare di più e a me l’idea di un Servizio Sanitario Nazionale su base regionale non ha mai convinto sino in fondo, per una questione di allocazione ottimale delle risorse. Però, lo ripeto ancora una volta, soltanto noi, con i nostri comportamenti, possiamo fermare il propagarsi della malattia. Ormai, siamo tutti in trincea. Quindi, è fondamentale attenersi alle regole, rispettandole tutte senza discutere, indipendentemente da ciò che si pensa. Prima ci liberiamo di questa cosa, meglio è e sarà per la salute (il bene più prezioso), la società e l’economia. Un punto chiave è capire/sapere se i provvedimenti presi stanno funzionando e in che misura. Purtroppo, qui è come in Astronomia: se osservi una stella distante 20 anni luce, non la vedi com’è adesso, bensì com’era 20 anni fa, quando la luce che ammiriamo ora partì dall’astro in questione. Analogamente, visto che c’è di mezzo il periodo d’incubazione, ciò che percepiamo in questo istante è la diretta conseguenza dei nostri comportamenti di una o due settimane fa, forse anche un po’ di più. Sicuramente, abbiamo l’esempio e l’esperienza della Cina, dove misure estreme e molto più drastiche di quelle da noi inizialmente prese hanno prodotto dei risultati molto importanti. Qui in Italia, le fabbriche sono rimaste aperte, mentre il telelavoro è stato sì sfruttato, ma non al 100% delle sue potenzialità. Viviamo in un Paese che, ad agosto, si ferma per quasi un mese. Che cosa succederebbe, se, per una volta nella vita, facessimo le ferie (rigorosamente a casa!) adesso, anziché ad agosto? Secondo me, non sarebbe poi la fine del mondo, a condizione di garantire i servizi essenziali. Questo è un po’ ciò che si sta cercando di fare: penso sia la cosa giusta e dobbiamo sostenere le Istituzioni. Mi rendo conto che potrebbe non piacere agli albergatori, ma, se vogliamo che gli stranieri tornino a fare le vacanze qui in Italia, dobbiamo recuperare e ricostruire la nostra immagine, un po’ danneggiata. Questo si deve fare con i fatti, non con le parole. Ecco perché non sono riuscito ad apprezzare festeggiamenti, canti e balli, mentre colonne di mezzi militari portavano via le salme degli Italiani. Anche per gli albergatori, del resto, prima ne usciamo meglio è. Altrimenti, rischiamo di trascinare la cosa non solo fino all’estate, ma anche ben oltre. Le guerre si vincono mandando le truppe in prima linea: se serve (e temo che, a questo punto, possa essere indispensabile), bisogna richiamare ogni medico chirurgo e infermiere in pensione e mandarlo a combattere al fronte, senza eccezioni. Non mi guadagnerò la simpatia di tutti, ma, di fatto, siamo in guerra a tutti gli effetti e le guerre si vincono così. Emergenze di questo tipo si gestiscono con un Temporary Manager che possa avere il giusto potere decisionale, grande flessibilità e pochi vincoli, perché bisogna agire molto rapidamente, senza impantanarsi troppo in lunghi Iter burocratici. Siamo nell’epoca della Lean Production e dell’Agile Project Management. Mi si perdonerà, ma io la vedo sempre da ingegnere, per cui anche qui applicherei il ciclo Plan → Do → Check → Act (ruota di Deming). Tornando alle aziende, invece, voglio ricordare come l’attuale situazione sia e vada vista come un Game Changer: è dalle crisi che nascono le cose migliori e ci sono sempre delle opportunità da cogliere, anche adesso. Pensiamo alla distribuzione della spesa a casa o alla conversione di parte della produzione, al fine di realizzare qui in Italia ciò che ancora ci manca. Veramente un Paese come il nostro non riesce a sfornare ventilatori polmonari e DPI in massa? Eppure, i nostri ingegneri sono capaci di cose straordinarie e l’hanno dimostrato, con i fatti, in più occasioni. Non dimentichiamoci che l’Italia è stata il terzo Paese a mettere in orbita un satellite artificiale, dopo l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, prima di una Nazione come la Francia. Questo è un fatto storico concreto e conta più di mille parole. Fa piacere vedere che ci si è mossi e ci si sta muovendo in questa direzione e ciò deve renderci orgogliosi: grazie ai soggetti, pubblici e privati, che lo hanno reso e lo stanno rendendo possibile”.

Possiamo tornare al tema della comunicazione? C’è qualcosa, in particolare, che vorrebbe dire?

“Forse per non creare troppi allarmismi, capaci di alimentare un panico ingiustificato, si è insistito sul fatto che molti decessi riguardassero persone affette da una o più patologie pregresse. Personalmente, non ho capito più di quel tanto, perché, per patologia preesistente, penso si possa intendere sia una lieve ipertensione sia un mesotelioma pleurico in fase terminale. Credo, però, che fra i due ci sia l’abisso. Analogamente, si è distinto fra morire “di Coronavirus” e “con il Coronavirus”, un punto su cui sono state espresse opinioni contrastanti. Quando si comunica, c’è una sorgente, da cui parte il segnale che si propaga in un mezzo, per poi arrivare a un ricevitore. Ho avuto l’impressione che, forse per non creare il panico, soprattutto ai più giovani sia arrivato un messaggio non del tutto corretto, che ragazzi e ragazzini hanno recepito e interpretato a modo loro. Alcuni, infatti, mi hanno detto: “Tanto noi non siamo a rischio: lo hanno detto in TV. Quindi, non c’è ragione di prestare particolare attenzione”. E i loro genitori? I loro nonni? Non ci pensano? Stando ai numeri di questi giorni, forse non se ne sono preoccupati più di quel tanto. Ho visto soprattutto i più giovani continuare a comportarsi come se nulla fosse e i risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti. Ricordiamoci, comunque, che la comunicazione non è solo orale o scritta: le immagini dei mezzi militari in colonna che portano via i nostri concittadini che non ce l’hanno fatta dicono più di mille parole e la tragedia è sotto gli occhi di tutti. Ciò nonostante, c’è ancora qualche negazionista”.

Bonini, com’è cambiata la sua vita?

“Mi mancano un po’ le camminate fra le cime delle mie amate Piccole Dolomiti, dove adesso c’è la neve. Andavo là per trovare gli amici e ascoltare il silenzio, immergendomi nel blu intenso e profondo degli occhi di una ragazza dai lunghi capelli biondi. Adesso, però, il silenzio lo sento anche qui a casa, in giardino, ed è sempre il suono più bello. Forse, abbiamo riscoperto la famiglia e i valori più autentici e veri, almeno spero. C’è stato concesso un po’ di tempo in più per pensare e riflettere sull’esigenza di un nuovo ordine mondiale. Esercito la libera professione da casa, senza grosse limitazioni. Infatti, molti “viaggi di lavoro”, nel mondo di oggi, non hanno alcun motivo di esistere: sono uno spreco di tempo e aumentano l’inquinamento. Lo Smart Working, da non confondere con il mero telelavoro, dovrebbe diventare la regola, non una temporanea eccezione. Il cielo è più blu e, finalmente, sgombro dalle numerosissime scie degli aerei. L’inquinamento è calato e l’aria è più respirabile. Spero che quest’esperienza ci metta in guardia contro il prossimo nemico da combattere tutti insieme: le resistenze batteriche. Appelli e segnali d’allarme ci sono già (e da anni), anche se ho l’impressione che, con qualche lodevole eccezione, le aziende farmaceutiche siano più interessate a sviluppare altri prodotti, per ragioni meramente economiche. Un farmaco per l’ipertensione o il colesterolo, per esempio, si assume per qualche decina d’anni, mentre un antibiotico va usato per diversi giorni o alcune settimane al massimo. Svegliamoci, prima che sia ancora una volta troppo tardi, perché già adesso ci sono dei batteri resistenti a tutto ciò che si può trovare in farmacia. Tra l’altro, un avvertimento importante c’è già stato qualche anno fa, proprio qui in Europa (Germania, Escherichia coli, 2011). Non vorrei che ripetessimo lo stesso errore commesso sottovalutando il potenziale pandemico del Coronavirus: lo scienziato faccia lo scienziato, al Manager e al politico il loro lavoro. I virologi hanno un po’ rubato la scena alle reginette di bellezza e l’informazione è certamente importante, ma, vista la carenza di personale medico e infermieristico, il loro posto dovrebbe essere in prima linea, laddove la battaglia è più cruenta. Non si vincono le guerre con un soldato e cento generali, bensì con cento soldati e un generale. Esperti in televisione e volontari al fronte è una cosa che a me non piace più di quel tanto: meglio qualche Film rilassante e scacciapensieri, soprattutto di questi tempi”.

Secondo lei, ce la faremo a sopportare tutti i sacrifici che ci vengono chiesti?

“Continuiamo a comportarci bene, anzi meglio: i numeri che abbiamo visto in questi giorni caleranno. Direi che è una certezza. La paura ci rende vigili, ma il panico non serve, non aiuta e non ha senso, tanto in Borsa quanto nella vita di tutti i giorni. E, per favore, non venite a parlarmi di sacrifici: gli astronauti vivono in spazi molto più angusti di quelli delle nostre abitazioni e in uno degli ambienti più ostili all’uomo. Noi abbiamo giardini e balconi”.

Bonini, la ringrazio, anche a nome dei nostri lettori, per il tempo che ci ha dedicato. Prima di congedarci, ha altro da aggiungere?

“Nei secoli passati, l’apparizione di una grande cometa è sempre stata associata a disgrazie e pestilenze. Curiosamente, ma è soltanto una mera coincidenza, l’astro chiomato C/2019 Y4 ATLAS potrebbe (ancora non si sa) dare spettacolo nel cielo di aprile – maggio 2020. Una ragione in più per restare in vita, almeno fino all’inizio dell’estate. Se la luminosità dovesse continuare a crescere con il ritmo degli ultimi tempi, potrebbe rivelarsi la cometa più interessante degli ultimi anni, un vero e proprio spettacolo naturale, fra l’altro alla portata di tutti: morire a marzo sarebbe proprio una vera sfortuna! Vorrei aggiungere un doveroso ringraziamento a tutti coloro che stanno lottando per salvare delle vite, da chi ha studiato ingegneria biomedica e la sta applicando ai volontari della Protezione Civile, senza dimenticare medici chirurghi e infermieri: grazie a tutti. Un pensiero a chi ci ha lasciato, partendo dai nostri cari: non puntiamo il dito contro nessuno, perché, chi più chi meno, siamo tutti un po’ colpevoli. Costruiamo un mondo diverso e migliore. Facciamolo per noi e in memoria di chi conosce già i mille segreti del nostro affascinante Universo. L’occasione è adesso: ciascuno faccia la sua parte”.

[1] “Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus as an Agent of Emerging and Reemerging Infection”, Vincent C. C. Cheng, Susanna K. P. Lau, Patrick C. Y. Woo e Kwok Yung Yuen, Clin Microbiol Rev, ottobre 2007.

“La situazione in Italia, aggiornata a domenica 22 marzo 2020. Si noti il Trend nell’ultima colonna, con la mortalità % passata dal 2,36% al 9,26% in meno di un mese. I morti devono essere confermati e i positivi potrebbero essere sottostimati. Di conseguenza, anche i valori dell’ultima colonna sono affetti da incertezza, perché il denominatore non è noto con precisione”.