La nuova direttiva europea solleva le piccole imprese dalla CSRD ma non le protegge dalle richieste dei loro clienti. Secondo le stime di TreeBlock, il 30-40% dei fornitori delle grandi aziende italiane rischia già oggi di essere tagliato fuori dalla catena di fornitura e di essere sostituiti da aziende estere. E gli standard per difendersi arriveranno solo a luglio.

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Dal 18 marzo 2026 è in vigore la Direttiva Omnibus I (UE) 2026/470: la norma europea che alza la soglia della CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) a 1.000 dipendenti e 450 milioni di fatturato, formalmente esonerando la quasi totalità delle PMI italiane dall’obbligo di rendicontazione ESG. Una buona notizia, almeno sulla carta. Perché nel frattempo, secondo le elaborazioni di TreeBlock le circa 4.000-5.000 grandi aziende italiane soggette alla CSRD devono comunque rendicontare l’impatto dell’intera catena del valore. E i loro uffici acquisti stanno già chiedendo i dati ai fornitori, norma o non norma.

Il rischio filiera: 80.000 PMI in zona grigia 

Il meccanismo è semplice ma implacabile. Le grandi aziende soggette alla CSRD devono rendicontare le emissioni e i rischi ESG dell’intera catena di fornitura, non solo i propri. Per farlo, hanno bisogno dei dati dei loro fornitori. E se quei fornitori non li hanno, vengono sostituiti con chi ce li ha. Gli standard tecnici dedicati alle PMI – i Voluntary SME Standard (VSME) – arriveranno entro il 19 luglio 2026. Fino ad allora, i questionari ESG degli uffici acquisti stanno già circolando, senza aspettare.

Secondo le elaborazioni di TreeBlock sono tra 60.000 e 80.000 le PMI italiane con più di 10 addetti che operano in settori esposti all’export e alle grandi forniture a trovarsi oggi in questa “zona grigia”: se non accelerano l’adeguamento ESG entro i prossimi 24-36 mesi, rischiano di perdere fette di mercato vitali a favore di competitor, anche esteri, più trasparenti. Sempre secondo le stime di TreeBlock, circa il 30-40% dei fornitori PMI delle grandi aziende è attualmente a “rischio alto” di esclusione o declassamento. L’Osservatorio ESG del Politecnico di Milano conferma la polarizzazione: il 20% delle PMI ha già integrato la sostenibilità traendone vantaggio competitivo; il 40-50% la percepisce ancora come costo burocratico.

“Il problema non è la norma in sé, ma il vuoto operativo che si crea nell’attesa degli standard tecnici. Le PMI vengono interpellate dai loro clienti già adesso, senza avere ancora strumenti standardizzati per rispondere. Chi si presenta con dati strutturati viene preferito; chi non ce l’ha viene messo in lista d’attesa — o tolto dalla lista del tutto”, afferma Stefan Grbovic, CEO di TreeBlock.

Il rischio credito: le banche integrano i criteri ESG nei rating

La pressione sulla catena di fornitura non è l’unico fronte. Dal 2026 le banche richiedono informazioni ESG strutturate anche a soggetti non obbligati alla rendicontazione. Circa il 10-15% delle PMI italiane nei settori ad alta esposizione – logistica, manifattura pesante, agricoltura – presenta un profilo di rischio ESG sufficientemente elevato da poter subire un aumento dei tassi di interesse o, nei casi estremi, il diniego del credito. Le imprese con elevata adeguatezza ESG, al contrario, registrano tassi di default inferiori del 25% rispetto alla media.

Rispondere ai questionari ESG prima degli standard

È in questo contesto che opera TreeBlock, piattaforma specializzata nella gestione ESG per PMI e grandi imprese. La startup collabora oggi con oltre 150 imprese e 25 partner certificati, offrendo un sistema centralizzato per la raccolta, strutturazione e rendicontazione dei dati ambientali, sociali e di governance.

“Oggi una PMI che riceve un questionario ESG da un grande committente può scegliere: rispondere in modo frammentato e poco credibile, oppure avere un sistema che produce quei dati in modo strutturato e verificabile. La seconda opzione non è più un vantaggio competitivo — è una condizione di accesso al mercato”, aggiunge Grbovic.

Il contesto normativo: cosa cambia con Omnibus I

La Direttiva Omnibus I ha ridefinito il perimetro della CSRD, alzando le soglie di obbligo a 1.000 dipendenti e 450 milioni di fatturato e restringendo quindi il numero di imprese direttamente soggette alla rendicontazione. Per le PMI questo significa, formalmente, uscire dall’obbligo normativo. Ma non dall’ecosistema che quell’obbligo genera.

Le grandi aziende che restano soggette alla CSRD, infatti, devono continuare a rendicontare non solo le proprie emissioni e i propri rischi ESG, ma anche quelli dell’intera catena del valore (Scope 3 incluso). Questo implica la raccolta sistematica di dati ambientali, sociali e di governance lungo tutta la filiera, coinvolgendo fornitori, subfornitori e partner operativi — indipendentemente dalla loro dimensione o dall’obbligo diretto.

Il vuoto normativo che si crea tra il 18 marzo e il 19 luglio 2026 – data prevista per la pubblicazione degli standard volontari VSME (Voluntary SME Standard) destinati alle PMI – è quindi tutt’altro che neutro. In assenza di uno standard condiviso, le grandi imprese stanno già adottando modelli proprietari o adattando i framework esistenti (come ESRS semplificati, questionari CDP o modelli interni) per raccogliere dati dai fornitori.

Questo si traduce, nella pratica, in un’ondata di questionari ESG eterogenei, spesso complessi e non standardizzati, che le PMI devono compilare senza avere ancora linee guida univoche. Una stessa impresa può trovarsi a rispondere a richieste diverse da clienti diversi, con metriche, indicatori e livelli di dettaglio non allineati.