
Chi lavora oggi in una sala controllo di una rete di trasporto o distribuzione gas gestisce un mix che dieci anni fa non esisteva: metano, certo, ma anche biometano immesso da oltre cento impianti agricoli sparsi sul territorio, idrogeno miscelato in percentuali crescenti nei primi progetti pilota, CO2 diretta verso i siti di stoccaggio geologico, come accade già a Ravenna. Non è più solo uno scenario da roadmap al 2030: sono pezzi di infrastruttura già in esercizio, anche se su scale ancora molto diverse tra loro. E ogni molecola porta con sé proprietà fisiche, rischi tecnici e regole proprie, che si sommano senza sostituirsi l’una con l’altra.
Per un secolo, quella stessa sala controllo ha gestito una sola sostanza, con proprietà fisiche note e stabili: il salto che sta avvenendo ora è di tutt’altra natura. Gli standard tecnici che regolano l’infragilimento da idrogeno nei materiali o il trasporto della CO2 sono operativi solo da pochi anni, e la normativa continua a evolvere mentre gli impianti vengono già costruiti. In Italia la distanza tra ambizione e realtà si misura in numeri: il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) fissa l’obiettivo di 5,7 miliardi di metri cubi di biometano immessi in rete entro il 2030, contro una produzione attuale che si aggira sui 600 milioni. Quasi decuplicare un settore in cinque anni non è un esercizio di pianificazione ordinaria: è un cambio di scala che la rete fisica, da sola, non può assorbire.
Restare fermi, in questo scenario, non è una posizione neutra. Le utility sono già oggi il primo segmento del mercato italiano dell’IoT: 1,87 miliardi di euro sui 10,9 miliardi complessivi del comparto, che nel 2025 è cresciuto del 12% (Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano). È il settore che sta investendo di più, il che significa che il punto di riferimento si sposta più in alto a ogni trimestre.
Dal campo al cloud
La risposta a questa complessità non passa solo da nuovi tubi e nuovi materiali. Passa dalla capacità di sapere, in tempo reale, che cosa succede lungo migliaia di chilometri di infrastruttura: pressioni, flussi, qualità delle molecole, condizioni degli asset. Per farlo, il monitoraggio operativo (IoT/OT) e il controllo di processo (SCADA), oggi tipicamente affidati a dispositivi separati in campo, devono convergere su un’unica piattaforma edge-cloud: meno apparati da gestire, meno protocolli da tradurre, un gemello digitale che affianca ogni asset fisico e permette di simulare uno scenario prima di intervenire davvero sull’impianto. È un lavoro di integrazione, non di sostituzione: il valore sta nel far parlare tra loro mondi che finora sono cresciuti separati.
Questa integrazione non è più solo una scelta di efficienza. Dall’ottobre 2026 gli operatori di trasporto e distribuzione del gas rientrano a pieno titolo tra i soggetti obbligati dalla direttiva NIS2, insieme a oltre 20mila altre organizzazioni italiane che l’ACN ha inserito nell’elenco dei soggetti NIS, tra i 18 settori coperti dalla normativa: governance del rischio, sicurezza della supply chain e continuità operativa diventano requisiti verificabili, non intenzioni. Chi ha già unificato il monitoraggio degli asset fisici e digitali arriva a quella scadenza con un vantaggio strutturale; chi rincorre ancora sistemi separati la vivrà come un adempimento in più.
Il dato come nuova linea di ricavo
C’è infine una dimensione che raramente entra nei piani di trasformazione digitale del settore gas: il dato come asset economico autonomo, non come sottoprodotto della gestione fisica. Una piattaforma che certifica l’origine e l’impronta di CO2 di ogni molecola immessa in rete abilita pricing differenziato e compliance automatica rispetto a tassonomia UE, ETS e CBAM. La cattura e il tracciamento della CO2, da obbligo normativo legato ai target europei di riduzione, diventano una linea di ricavo autonoma nei mercati dei carbon credit. E chi orchestra questi flussi di dati, non solo chi possiede i tubi, è nella posizione per intercettare anche il valore che oggi altri operatori (dalle piattaforme di trading ai fornitori di analytics) stanno già costruendo sopra l’infrastruttura fisica altrui.
La finestra per guidare questa transizione, in Italia, è aperta ora. Chi tratta la digitalizzazione della rete come un progetto IT rischia di scoprire tra qualche anno di aver semplicemente automatizzato un modello di business che nel frattempo è cambiato sotto i suoi occhi. Chi la tratta per quello che è, una ridefinizione del proprio ruolo da gestore di un’infrastruttura fisica a orchestratore di un ecosistema multi-molecola, parte con qualche anno di vantaggio su un mercato che si sta consolidando adesso.
di Gianluca Sinibaldi, direttore Energy & Utilities, Minsait in Italia (Indra Group)































































