
Il dibattito sulle minacce potenziali rappresentate dall’AI ha assunto toni apocalittici: estinguerà la vita sulla Terra? Distruggerà l’umanità? Ci sarà la fine del mondo? La risposta è no. Ma l’intelligenza artificiale pone rischi piuttosto concreti per tutti noi, e lo fa già oggi, non in un futuro immaginario. Con ogni probabilità, nei prossimi due anni ci troveremo ad affrontare una nuova ondata di attacchi informatici e crimini digitali, sempre più diffusi e pervasivi.
Come dimostra la recente serie di attacchi condotti da agenti AI, non serve più chiedersi se l’intelligenza artificiale sia in grado di sferrare attacchi informatici. Può farlo. La vera domanda, ora, è un’altra: che cosa accade quando attacchi che un tempo richiedevano competenze umane specialistiche possono essere condotti da macchine, alla velocità e su scala proprie delle macchine?
Per gran parte della storia della sicurezza informatica, abbiamo costruito le nostre difese attorno a un presupposto implicito: chi attacca è una persona. Una persona, o un gruppo, deve analizzare un sistema, individuare una vulnerabilità, sfruttarla, osservare l’esito e decidere come procedere. Tutto questo richiede tempo. Per questo motivo il rilevamento automatico fa guadagnare tempo: i difensori individuano un’intrusione e reagiscono prima che l’attaccante riesca a spingersi troppo oltre.
La Frontier AI incrina questo presupposto
Un agente non ha bisogno di dormire. Può esaminare il codice, sondare una rete, imbattersi in un ostacolo, elaborare un approccio diverso e riprovare. Basta crearne mille: possono operare contemporaneamente su altrettanti obiettivi. Quando poi gli agenti condividono ciò che apprendono, l’operazione di attacco comincia a trasformarsi da un’attività su scala umana in un’operazione su scala macchina.
L’AI non sta necessariamente creando nuove vulnerabilità. Di certo sta riducendo drasticamente i tempi e i costi necessari per individuarle.
Questo cambia radicalmente l’economia della sicurezza informatica. Il software moderno può contenere migliaia di piccole imperfezioni. La maggior parte non porta da nessuna parte. Alcune, però, se combinate nella sequenza giusta, possono aprire un varco in un sistema che si ritiene sicuro. In passato, individuare queste catene di vulnerabilità richiedeva esperti (dotati di grande talento), molto tempo e una dose di fortuna. I modelli di Frontier AI sono sempre più in grado di condurre questa ricerca autonomamente, scoprendo percorsi di attacco all’interno di sistemi complessi che le persone potrebbero non trovare mai.
Ecco perché è pericoloso abbassare la guardia di fronte a questa nuova minaccia.
Nel 1998, un gruppo di hacker testimoniò davanti al Congresso degli Stati Uniti, avvertendo che la rapida espansione di Internet comportava vulnerabilità in grado di causare interruzioni e danni su vasta scala. Non c’è stato un unico Armageddon informatico. Ci sono stati, invece, numerosi attacchi ed episodi devastanti. La Corea del Nord ha paralizzato Sony Pictures. WannaCry ha colpito oltre 200.000 computer in circa 150 Paesi, mandando in tilt ospedali e fabbriche. NotPetya è partito da un attacco russo contro l’Ucraina e ha causato danni per circa 10 miliardi di dollari in tutto il mondo. Un attacco ransomware ha bloccato Colonial Pipeline e interrotto le forniture di carburante lungo la costa orientale degli Stati Uniti.
Alla luce di questa storia, sarebbe difficile sostenere che quegli avvertimenti fossero esagerati. La catastrofe non si è manifestata in un unico evento spettacolare, ma l’insicurezza informatica è diventata una condizione permanente.
Ora immaginiamo questa stessa condizione alla velocità delle macchine.
Ecco perché «L’AI provocherà la fine del mondo?» è la domanda sbagliata. Per un ospedale con i sistemi cifrati, per una banca che ha perso il controllo delle proprie identità digitali o per un’azienda incapace di ripristinare i propri dati, conta ben poco che la civiltà, nel suo complesso, sia ancora in piedi. La vera domanda è se l’AI possa rendere gli attacchi più rapidi, meno costosi, più sofisticati e di gran lunga più facili da replicare.
La risposta comincia a emergere.
Anche la difesa informatica deve evolvere. Per anni il settore si è concentrato su prevenzione e rilevamento: tenere fuori gli attaccanti e, se riescono a entrare, individuarli rapidamente. Entrambe le attività restano essenziali. Ma quando gli attacchi procedono alla velocità delle macchine, il rilevamento potrebbe non farci guadagnare abbastanza tempo per reagire. L’intervallo tra intrusione, sfruttamento delle vulnerabilità e danno può ridursi fino quasi ad annullarsi.
Le aziende devono mettere in conto che alcuni attacchi andranno a segno. E devono essere in grado di riprendersi altrettanto rapidamente.
Ridurre l’AI non è la risposta. Al contrario, è necessario aumentare l’AI sul fronte difensivo: per scovare continuamente vulnerabilità, monitorare identità e dati, individuare comportamenti anomali, applicare patch correttive e contribuire a ripristinare i sistemi compromessi. Per contrastare attacchi alla velocità delle macchine servono difese altrettanto rapide.
Nella sicurezza informatica è sempre esistita un’asimmetria: a chi attacca basta avere successo una volta; chi difende deve farlo bene ogni volta. L’AI rende questo squilibrio ancora più pericoloso, perché gli attaccanti non hanno bisogno di autorizzazioni, verifiche di conformità o sistemi perfetti. Devono solo trovare una breccia – e ora possono cercarla senza sosta, a costi contenuti e su scala enorme.
Possiamo essere certi che gruppi criminali e governi ostili faranno ampio uso di questa tecnologia. Non farlo sarebbe per loro una scelta irrazionale.
La prima generazione di soluzioni di sicurezza informatica è stata progettata per fermare esseri umani seduti davanti a una tastiera, ma quell’epoca è finita. Il prossimo attacco potrebbe essere lanciato da migliaia di agenti, a una velocità che nessun team umano può eguagliare.
Se gli hacker diventano macchine, anche i nostri strumenti di difesa devono diventarlo.
Di Bipul Sinha, CEO, President e co-founder di Rubrik



























































