Visibilità, governance, scelte architetturali: tutto ciò che serve per passare dalla teoria alla pratica della sovranità dei dati

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Sebbene sia un termine che circola sottotraccia da tempo, il 2026 si preannuncia come l’anno della sovranità dei dati. In tutta Europa, in particolare, le organizzazioni si stanno sempre più preparando ad azioni concrete. Si è parlato molto dei fattori che spingono verso la sovranità dei dati e dei pro e contro da valutare quando si decide se adottare questa strategia sia giusta per la propria azienda. Come si traduce concretamente una strategia di sovranità dei dati?

Conoscere i propri dati
Può sembrare ovvio, ma il primo ostacolo su cui molte organizzazioni inciampano, per qualsiasi tipo di strategia sui dati (resilienza, cloud ibrido, regolamentazioni, e così via), è non comprendere i propri dati fin dall’inizio. In parole semplici, non si può controllare o proteggere qualcosa che non si conosce. È fondamentale sapere cosa si possiede e dove risiede. Tuttavia, questo sta diventando sempre più complesso: il 60% dei partecipanti a un recente sondaggio ha dichiarato di avere una visibilità ridotta sui dati a causa della crescita di ambienti multi-cloud e SaaS.

Intelligenza dei dati, contesto dei dati, visibilità dei dati…Il primo passo di una strategia di sovranità consiste nell’identificare e classificare i propri dati. È necessario stabilire cosa si possiede, dove risiede e quanto è sensibile, a livello di tutta l’organizzazione. Una volta fatto questo, si può iniziare a mappare il percorso dei dati tra sistemi, cloud e paesi. Un ambiente sovrano maturo richiederà un registro trasparente dei flussi e delle modifiche dei dati all’interno dell’azienda.

Questi passaggi forniscono la visibilità e il contesto necessari. Il passo successivo è introdurre i controlli, cioè la governance dei dati con ruoli e responsabilità chiari per la gestione dei dati. Questa base offre chiarezza e struttura per prendere decisioni informate e costruire una strategia di sovranità ripetibile e resiliente. Senza queste fondamenta, si procede a tentoni.

Osservare la situazione da ogni angolazione
Una volta acquisita la visibilità necessaria, si può finalmente iniziare a pensare a una strategia di sovranità dei dati. Indipendentemente dalle dimensioni dell’organizzazione, questo processo può diventare rapidamente complesso. Per questo motivo, vale la pena guardarlo da diverse prospettive, o “lenti”.

La prima è, forse non sorprendentemente, la lente dei dati. Qui bisogna considerare le diverse regole sulla residenza dei dati, i flussi informativi transfrontalieri e i controlli di accesso. In pratica, si prende tutta l’informazione raccolta nel passo precedente e la si applica nel contesto della sovranità: dove risiedono i nostri dati? Dove possono spostarsi? Chi può decifrarli?

Segue la lente legale. Qui è necessario esaminare contratti, termini di servizio e l’esposizione a ordini giudiziari esteri o richieste governative. L’obiettivo è comprendere i “poteri di disconnessione” del provider e i potenziali vincoli legali. Paradossalmente, forse, non conviene affrontare questo passaggio in isolamento: il team legale deve ovviamente essere coinvolto, ma anche partner e fornitori dovrebbero essere in grado di rispondere a domande e colmare eventuali lacune.

Poi c’è la lente operativa, che riguarda le realtà quotidiane dell’amministrazione e della resilienza. Ciò include i processi di supporto e le procedure “break-glass”, come la risposta agli incidenti cyber. In sostanza, bisogna chiedersi: “Possiamo rimanere operativi e sovrani anche in condizioni di crisi?”

Infine, è importante considerare tutto da una lente tecnica. Qui entrano in gioco aspetti come la portabilità dei dati e il FinOps. Cosa possiamo accedere, migrare o estrarre senza restare bloccati tecnicamente o finanziariamente?

Il risultato: utilizzare tutte e quattro le lenti offre una visione a 360 gradi di rischi e controlli, permettendo di costruire una strategia di sovranità dei dati più completa, concreta e difendibile.

Scegliere il modello
Una volta esaminata la questione della sovranità da ogni angolazione e acquisita una buona comprensione di rischi e controlli, resta da porsi l’ultima domanda: dove ospitiamo i dati? Nonostante quanto alcuni possano pensare, la sovranità non è uguale per tutti, e le organizzazioni hanno ancora diverse opzioni a disposizione. La questione si riduce a chiedersi: “Quanto vogliamo impegnarci realmente?” e, parallelamente, “Quanto possiamo permetterci di farlo?”

Si tratta di un equilibrio tra controllo, costi e complessità operativa. Come per molte decisioni legate al cloud, l’importante è fare un’analisi accurata e selezionare il modello che meglio si adatta alla propria propensione al rischio e alle proprie capacità.

Il modello “più sovrano” è quello completamente self-managed. Quando l’organizzazione possiede e gestisce l’intero ambiente (sia on-premise che in cloud privato), ha naturalmente piena autorità su localizzazione e controllo. Tuttavia, questo comporta un elevato carico operativo e rischi di configurazione errata se non si dispone di team qualificati. Uno dei sostenitori più noti di questo approccio è il retailer tedesco Lidl, che possiede e gestisce uno dei più grandi cloud in Germania proprio per questo motivo.

Un livello sotto troviamo il “modello del partner locale”: collaborare con provider cloud o servizi gestiti regionali o nazionali. Questo approccio offre alle organizzazioni un po’ meno flessibilità rispetto al self-managed, ma riduce anche la gestione quotidiana dell’infrastruttura, pur mantenendo la residenza dei dati e la conformità locale.

Infine, c’è il modello “Hardened Cloud”. Questo permette di continuare a usare hyperscaler globali riducendo alcuni rischi legati alla sovranità. Si può ottenere attraverso controlli stratificati come protezioni di terze parti, crittografia “Bring Your Own Key” e forte portabilità dei dati per evitare il vendor lock-in. Il compromesso è un controllo meno assoluto, ma offre comunque un certo grado di libertà strategica e resilienza di fronte a cambiamenti normativi o geopolitici.

Come per qualsiasi strategia cloud o sui dati, la cosa importante con la sovranità dei dati è continuare a valutarla. Non si tratta di un’attività “una tantum”, e di conseguenza nemmeno la strategia dovrebbe esserlo. Con l’evoluzione della tecnologia, del panorama dei fornitori e persino della geopolitica, le condizioni su cui è stata costruita la strategia iniziale cambieranno. Poiché queste decisioni sono sempre un esercizio di equilibrio, a un certo punto questo equilibrio potrebbe spostarsi al punto da rendere le scelte precedenti poco sensate. La lezione è chiara: continuare a valutare e ad adattarsi, perché la decisione giusta oggi potrebbe non esserlo domani.

A cura di Michael Cade, Global Field CTO & Technologist di Veeam