
Oltre metà della potenza energetica installata per i Data Center europei è concentrata in soli 10 operatori, di cui 7 statunitensi, mentre l’80% del mercato cloud è controllato da hyperscaler e provider USA. Nell’intelligenza artificiale, l’Europa vanta numerose eccellenze nella ricerca accademica in confronto agli USA: il 15% delle pubblicazioni globali sull’AI proviene dal nostro continente contro il 9% degli Stati Uniti. Ma siamo indietro nel convertire la ricerca in capacità brevettuale: solo il 3% dei brevetti totali è europeo, contro il 14% statunitense. E il ritardo è ancora più evidente negli investimenti, con le startup AI USA che raccolgono quasi 6 volte i finanziamenti di quelle europee. Lo evidenzia la ricerca degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, presentata questa mattina a “LENS – Digitale e Intelligenza Artificiale: una priorità strategica per Italia ed Europa”, di fronte ai CEO di grandi aziende e ai vertici delle istituzioni europee.
Secondo lo studio, in uno scenario geopolitico in trasformazione e di fronte a megatrend tecnologici sempre più pervasivi, oggi la trasformazione digitale e l’adozione dell’Intelligenza Artificiale rappresentano una questione strategica di competitività dell’Italia e dell’Europa. L’evento LENS è stato organizzato dagli Osservatori Digital Innovation in collaborazione con l’Ufficio del Parlamento europeo e la Rappresentanza della Commissione europea a Milano, per un confronto sui temi della trasformazione digitale, con l’obiettivo di guardare al digitale con una doppia lente: sul presente e sul futuro.
“Il digitale in pochi anni è passato da strumento operativo a leva strategica per imprese, sistemi Paese, istituzioni continentali – afferma Alessandro Perego, Direttore e co-founder degli Osservatori Digital Innovation -. E in uno scenario geopolitico in profonda evoluzione, infrastrutture critiche come capacità computazionale, cloud e connettività stanno diventando asset cruciali, su cui il nostro continente ha il dovere di giocare la sua partita. Il sistema però oggi risulta concentrato in pochi grandi attori, che guidano l’evoluzione tecnologica. Nel computing e nel cloud la forte concentrazione del mercato e la dipendenza da fornitori extra-europei pongono un tema di sovranità tecnologica. Nella connettività la frammentazione del mercato e il ritardo nello sviluppo di infrastrutture satellitari limitano la capacità di competere su scala mondiale. Anche nell’intelligenza artificiale il divario tra l’eccellenza della ricerca e la capacità di generare valore industriale rischia di consolidare la dipendenza da modelli e piattaforme sviluppati in altri ecosistemi”.
“Il digitale rappresenta il principale motore di crescita del nostro tessuto economico produttivo e la principale leva di ammodernamento della nostra pubblica amministrazione, ma al contempo è diventato il sistema nervoso che consente il funzionamento di qualsiasi attività della società civile, dell’economia, delle istituzioni e della politica – dice Andrea Rangone, co-founder degli Osservatori Digital Innovation –. Per questo motivo, la sovranità digitale diventa un tema strategico per l’Italia e per l’Europa: non possiamo permetterci di non governare appieno questo sistema nervoso, di dipendere eccessivamente da scelte politiche ed economiche di altre aree geopolitiche. È necessario compiere ora scelte strategiche per poterne riprendere il controllo: rafforzare le infrastrutture digitali, sviluppare competenze e creare un ecosistema dell’innovazione integrato tra ricerca, industria e istituzioni. Questa deve essere la priorità per Italia e Europa”.
Le infrastrutture critiche per il digitale: il Computing. La ricerca degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano evidenzia come la capacità computazionale oggi sia una risorsa strategica, paragonabile alle infrastrutture energetiche o alle reti di trasporto. E su questo fronte l’Europa sconta una forte concentrazione industriale: il 53% della potenza per i Data Center europei (7,4 GW) è controllato da soli 10 operatori (7 dei quali statunitensi) su 182. L’Italia sta emergendo come nuovo hub europeo dei data center: entro il 2028, il Paese supererà 1 GW di potenza nominale grazie a un potenziale di 25 miliardi di euro di investimento in nuove infrastrutture. Tuttavia, in linea con il resto d’Europa, lo sviluppo dipende fortemente da infrastrutture e tecnologie extra-europee: il 45% degli investimenti previsti proviene infatti dai 3 hyperscaler Cloud americani.
Anche nel Cloud, è forte la dipendenza da fornitori extra-europei: oltre l’80% del mercato del continente (pari a 112 miliardi di euro) è controllato da hyperscaler e provider statunitensi. Una dipendenza che sta spingendo imprese e istituzioni nazionali a riflettere sulle proprie strategie di sourcing della tecnologia: il 37% delle grandi aziende italiane ha avviato valutazioni sulla “repatriation” dei workload critici verso cloud europei.
Il computing è un campo soggetto a rivoluzioni tecnologiche che potrebbero aprire nuove opportunità per l’Europa. Tra queste, il quantum computing è particolarmente promettente, con una Quantum Europe Strategy che punta a creare un posizionamento di leadership entro il 2030. Finora, in Europa sono stati stanziati 9 miliardi di euro di fondi pubblici per le tecnologie quantistiche, ma solo il 10% è gestito direttamente a livello comunitario. Mentre gli investimenti privati al momento restano limitati rispetto ai numeri statunitensi con situazioni eterogenee nei diversi Paesi europei: in Italia sono stati investiti 56 milioni di euro nelle startup italiane di quantum computing negli ultimi due anni, contro i 235 milioni in Francia.
Sulle infrastrutture di computing, da un lato, l’attenzione alla sovranità scatenata dall’attuale contesto geopolitico, sta portando a un ripensamento delle strategie di sourcing di imprese e istituzioni che apre un’opportunità di crescita per l’ecosistema europeo. Dall’altro, le tecnologie di frontiera, se ben indirizzate, potrebbero aiutare a recuperare il gap di competitività a livello internazionale. Sono però diverse le sfide strutturali da affrontare, come la frammentazione di investimenti privati e pubblici rispetto a USA e Cina, la gestione del consumo di risorse primarie per il Computing (energia, acqua e suolo) e il presidio delle evoluzioni tecnologiche sul fronte di algoritmi e software, che saranno determinanti per l’effettivo utilizzo delle infrastrutture in via di sviluppo nel continente.
La connettività del futuro. Nelle telecomunicazioni l’Europa sconta una forte frammentazione industriale, che ha eroso la capacità di spesa degli operatori, innescando un calo degli investimenti, aggravato dalle difficoltà nel mettere a terra il potenziale del 5G. In Europa oggi operano ben 34 operatori telco, contro 3 negli Stati Uniti e 4 in Cina. L’elevata competizione ha portato a prezzi della rete fissa che sono la metà di quelli degli Stati Uniti e a un quarto per quanto riguarda la rete mobile. La situazione è ancor più grave in Italia, dove i ricavi degli operatori di telecomunicazioni sono diminuiti del 30% dal 2010 ad oggi e l’EBITDA del 50%, riducendo le risorse disponibili per lo sviluppo infrastrutturale.
Nella connettività satellitare la competizione è dominata dagli Stati Uniti: Starlink conta oltre 6.000 satelliti in orbita, mentre il sistema europeo Eutelsat OneWeb supera di poco 600 satelliti complessivi. Per ridurre il divario, l’Unione Europea ha avviato il progetto IRIS², con 10,6 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati per costruire una costellazione di circa 300 nuovi satelliti, con la partecipazione anche dell’Italia.
Sulla connettività del futuro, secondo gli Osservatori Digital Innovation si apre l’opportunità per l’Europa di costruire un’infrastruttura terrestre e spaziale sovrana, in grado di garantire alte performance, affidabilità, resilienza e sicurezza. Al tempo stesso le nuove infrastrutture telco possono diventare piattaforme aperte in grado di abilitare nuovi servizi e modelli di business. È però necessario affrontare il ritardo competitivo nel rollout satellitare, oltre che la frammentazione normativa e la mancanza di standard tra Stati Membri e la necessità di un nuovo assetto competitivo.
Intelligenza artificiale. L’Europa sta investendo per recuperare il ritardo accumulato sul fronte dell’Intelligenza Artificiale: l’iniziativa InvestAI mobiliterà 200 miliardi di euro per accelerare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, mentre l’EU AI Act rappresenta il primo quadro normativo completo al mondo in materia.
Dal punto di vista scientifico il continente ha un buon posizionamento: il 15% delle pubblicazioni globali sull’AI proviene dall’Europa, contro il 9% degli Stati Uniti. Invece, il trasferimento tecnologico è limitato: solo il 3% dei brevetti globali sull’AI è europeo, il 14% statunitense. E il divario è ancora più netto negli investimenti: nel 2024 le startup AI europee hanno raccolto circa 19 miliardi di dollari, negli Stati Uniti 109 miliardi di dollari. In Italia il valore si ferma a circa 900 milioni di dollari.
Nelle competenze, il sistema europeo è fragile: il 76% delle aziende del continente ha difficoltà nel reperire e trattenere talenti AI. L’AI però si sta diffondendo nelle aziende: il 69% delle grandi imprese europee ha avviato almeno un progetto di intelligenza artificiale, anche se solo il 26% ha raggiunto un livello di integrazione avanzata nei processi di business. In Italia il 59% delle grandi imprese ha avviato iniziative AI, solo il 31% ha raggiunto un’adozione realmente avanzata e integrata.
Secondo gli Osservatori Digital Innovation, l’Europa può puntare alla leadership europea in applicazioni AI verticali nei settori strategici e differenziarsi nella Trustworthy AI nelle applicazioni regolamentate, ma deve superare la dipendenza da modelli extra-EU e le barriere di ingresso a startup e PMI rappresentati dai vincoli stringenti dall’AI Act.
La maturità digitale delle imprese italiane. La ricerca degli Osservatori Digital Innovation ha letto la maturità digitale delle imprese italiane su tre dimensioni: la digitalizzazione dei processi, la loro visione data-driven e la cybersecurity. Rispetto alla digitalizzazione dei processi, dalla ricerca emerge che le soluzioni di “base” (che non richiedono integrazione o automazione significative) sono diffuse soprattutto nelle grandi imprese e a supporto dei processi interni e, dove presenti, gli obblighi normativi hanno avuto un impatto significativo. È più limitata invece la diffusione di soluzioni a supporto di processi di interfaccia e, in generale, la digitalizzazione delle PMI.


























































