Lo “scienziato dei dati” dovrebbe avere: una preparazione informatica solida, una buona comprensione degli aspetti tecnologici e una buona conoscenza degli aspetti aziendali

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Viviamo in una società sempre più digitalizzata ed interconnessa, per questo non stupisce il fatto che ogni giorno ognuno di noi produca enormi quantità di dati, dagli acquisti che effettuiamo online ai post sui social network, dalla geolocalizzazione tramite smartphone all’utilizzo della carta di credito. I cosiddetti Big Data vengono prodotti in continuazione, anche se non ci facciamo caso. Naturalmente, non sono solo le persone a produrli, ma anche e soprattutto le aziende, gli enti e le istituzioni. Proprio in riferimento alle imprese, l’enorme mole di informazioni raccolte rappresenta un grande vantaggio, ossia l’opportunità di poter agire meglio e prima dei concorrenti. Va precisato che ad oggi, sono poche le aziende pienamente consapevoli dell’esistenza, del valore e della complessità dei Big Data, nonostante il dato positivo che vede la spesa IT in Italia per Advanced Analytics e Big Data attestarsi a 733 milioni di Euro nel 2016, con una crescita annua del +16,2%.

Secondo l’indagine “I Big Data e le professioni del futuro”, condotta dal Gruppo Adecco su 300 referenti aziendali, il 40% delle organizzazioni non è a conoscenza dei Big Data e delle loro potenzialità, con solo il 12% degli intervistati in grado di sfruttarne i benefici.

Nonostante la scarsa consapevolezza che le imprese hanno di questi dati, è importante sottolineare che essi non sono percepiti come un rischio, bensì come un’opportunità da cogliere, ma resta da definire il “come”. Infatti, per poter elaborare e applicare in modo efficiente la grande quantità di informazioni disponibili sono necessarie nuove figure professionali, oggi difficilmente reperibili sul mercato del lavoro o addirittura inesistenti.

Stiamo parlando del Big Data Analytics Specialist, del Data Content & Communication Specialist, del Big Data Architect e del Data Scientist. Professionisti in grado di analizzare i dati per poter fornire al management le informazioni utili ad assumere decisioni e disegnare strategie. Non esiste ancora una vera e propria definizione per questo “scienziato dei dati”, esso non è solo un analista, non è solo uno stratega del business, non è solo un marketer, così come non è solo un information manager. Le sue analisi coprono trasversalmente tutti i reparti dell’azienda, trasformando i dati in informazioni comprensibili affinché per i vertici le strategie da assumere siano chiare e in qualche modo obbligate. Dunque la presenza di queste nuove figure professionali è necessaria principalmente per due ragioni; la prima è legata alla necessità di aumentare produttività e profitti, la seconda è legata ai cambiamenti dei modelli di business delle imprese.

Le tre skills che questo professionista dovrebbe avere sono: una preparazione informatica solida, una buona comprensione degli aspetti tecnologici e una buona conoscenza degli aspetti aziendali. Una figura professionale dotata di competenze trasversali e capace di relazionarsi con il management dell’azienda.

È dunque necessario formare profili competenti al fine di sfruttare al meglio i vantaggi che i Big Data possono apportare al business, e questo potrà essere possibile solo nel momento in cui si creerà un dialogo tra mondo accademico e mondo delle imprese, fra chi deve formare e chi deve assumere; così come è fondamentale che le organizzazioni inizino a percepire la “formazione” come un importante investimento e non un costo in termini di risorse umane ed economiche.