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Il Mercato Digitale crescerà in Italia nei prossimi 3 anni

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Le imprese sono parte della nostra vita e il motore dell’Italia. Un motore che deve però essere ben rodato e performante altrimenti il rischio è quello che la macchina Paese si fermi. Siamo infatti ad un bivio: cavalcare la quarta rivoluzione industriale oppure rimanerne esclusi. Il tempo inoltre non è a nostro favore. È quasi come giocare una finale: una gara da dentro o fuori e l’Italia, come molti studi dimostrano, non parte di certo come favorita. Il gap con l’Europa è infatti ormai noto, tanto che il Belpaese sconta un ritardo di quasi 15 anni.

Fortunatamente però, qualcosa sembra muoversi: secondo le stime di Assinform, Confindustria Digitale e NetConsulting, dopo un 2015  in crescita dell’1%, il mercato digitale mostrerà un ulteriore miglioramento in questo 2016: giro d’affari di 65.908 milioni di euro, con un incremento dell’1,5%. Ancora più ottimistiche le stime per i due anni successivi: +1,7% nel 2017 e +2% nel 2018.

Nel mondo, il mercato digitale è cresciuto complessivamente nel 2015 del 2,4%. Il Nord America  registra tassi di crescita del 3%, l’area Asia Pacifico del 2,5%, la regione Latam del 2,4%, l’Europa del’1,3%, e il resto del mondo del 3,1% – ha dichiarato Giancarlo Capitani, Presidente di NetConsulting. – L’Italia risulta quindi è indietro sia a livello mondiale che europeo, anche se si assiste  ad un innalzamento della qualità della domanda. La spinta italiana è infatti dovuta alle componenti più innovative che avranno crescite sostenute nel 2016: IoT +14,9%, Cloud +23,2%, i Big Data +24,7%, piattaforme per il web +13,3%, mobile business +12,3% e security +4,4%”. 

Si tratta certamente di dati incoraggianti che però non devono essere considerati come un punto di arrivo ma di partenza. C’è infatti ancora molto, moltissimo da fare: l’affermazione del digitale in Italia è troppo lenta e disomogenea sia per quanto riguarda il territorio nazionale che le imprese coinvolte. Basti pensare infatti al divario tra Nord e Sud, così come tra città e provincia; inoltre gli investimenti in ICT riguardano soprattutto le grandi (+2,8%) e le medie (+1,7%) imprese.  Poco coinvolte nel processo di trasformazione sono invece le pmi che, nonostante costituiscano il 99% del tessuto produttivo italiano contribuendo ad oltre il 50% del PIL, mostrano un aumento della spesa ICT del solo 0,6% (2015) e dello 0,9% nel 2016. Lo stesso vale per la pubblica amministrazione, ancora ai margini dell’evoluzione digitale: nel 2016 si stima una crescita della spesa a livello centrale (+1,6%) e nella Sanità (+3%), ma non a livello locale (-2,0%).

L’ICT può da sola far crescere l’Italia?

No. – ha dichiarato Agostino Santoni, Presidente di Assinform, secondo cui serve il pieno sostegno del Governo che, come un regista, deve essere in grado di coordinare al meglio tutti gli attori in gioco, indirizzando gli investimenti verso i giusti obiettivi.  “Se da una parte l’AgID sta facendo molto grazie ai progetti SPID, PagoPA, ANPR e alla fatturazione elettronica, diverse sono le azioni che l’esecutivo dovrebbe portare avanti”.

Il governo dovrebbe infatti aiutare le imprese a indirizzare gli investimenti nel digitale, vincendo il conservatorismo di molte organizzazioni dovute non solo a budget limitati, ma alla mancanza di una cultura manageriale innovativa che impedisce loro di vedere i benefici garantiti dal digitale. Risulta pertanto necessario spingere quell’80% di aziende italiane che ancora non ha investito nella trasformazione digitale. “La soluzione potrebbe essere l’introduzione di alcuni obblighi di legge come è avvenuto per la fatturazione elettronica” ha suggerito Santoni.

Bene il piano dell’ultrabroadband avviato dal Governo che ha l’obiettivo di connettere tutti i cittadini e le imprese del nostro territorio. Diversi sono i miliardi stanziati in questa direzione, grazie anche alla collaborazione degli operatori e delle Regioni. Addirittura 2,2 miliardi di euro sono stati utilizzati per portare la rete ultra veloce nelle aree definite a  fallimento di mercato (7300 comuni italiani). Un’iniziativa che deve però essere più rapida e coinvolgere qualunque paese italiano poiché il paradigma è semplice: o connesso o estinto.

Un altro problema da risolvere è sicuramente il gap di competenze digitali, sia per contenuti che per il numero di professioni richiesti: i lavoratori non sono preparati e le Università non hanno avviato corsi adeguati per preparare gli studenti al nuovo mondo del lavoro. Il mercato intanto richiede 130 mila specialisti entro il 2020, figure al momento non sono presenti nel nostro Paese. I pochi disponibili diventano inevitabilmente molto costosi ed inaccessibili per le PMI. Si crea così un circolo vizioso che deve essere rapidamente spezzato.

Infine anche il sostegno alle startup non deve mancare: sono proprio queste nuove realtà che possono affiancare aziende già esistenti, diffondendo lo spirito di innovazione e aumentando la competitività del tessuto imprenditoriale.

La parte pubblica deve creare le pre-condizioni necessarie – ha spiegato Elio Catania, Presidente di Confindustria Digitale – Il Governo ha dimostrato grande sensibilità sui temi del digitale e di Industria 4.0, ma ci aspettiamo che si esca dalla timidezza delle politiche sull’innovazione riorientando gli incentivi laddove realmente l’economia moderna lo richiede: rafforzamento della tecno-Sabatini, defiscalizzazione degli investimenti in innovazione, voucher alle Pmi per progetti innovativi e formazione digitale. Va data esecuzione, rapida e senza incertezze, alle piattaforme previste dal piano “Crescita digitale” in una logica di partenariato pubblico-privato molto più profonda e collaborativa”.

Se l’Italia non dovesse salire sul treno dell’innovazione, esiste un Piano B?

Non secondo Vincenzo Bocca, Presidente di Confindustria: “Siamo già fuori tempo massimo. Questa è l’ultima occasione, ma noi ci crediamo. Entro il 2019 siamo convinti di poter scalare la classifica dei Paesi Europei più performanti, abbandonando così (facendo un paragone con il calcio) la zona retrocessione per raggiungere la Champions League. Le strategie e gli ingredienti li abbiamo, si devono soltanto combinare per creare la ricetta della competitività”.

E, a differenza di come diceva Obama, in Italia il motto non è “Yes, we can”, ma “Yes, we must”.

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