Per Confindustria il driver della crescita è rappresentato dalle nuove tecnologie. Ma le imprese sono sempre in ritardo

“La ripresa globale si consolida. Il rallentamento estivo si sta rivelando passeggero. Persistono instabilità e incertezza causate dai nodi irrisolti della crisi: disoccupazione elevata, sistemi bancari vulnerabili, conti pubblici da correggere, prezzi delle case elevati, impianti sottoutilizzati. Le fibrillazioni dei mercati valutari e finanziari rispecchiano e amplificano il sentimento di precarietà e accorciano l’orizzonte delle decisioni di famiglie e imprese. Il coordinamento internazionale non è adeguato a rinsaldare le aspettative e ridurre gli squilibri esterni. Le economie marciano in ordine sparso: bene Usa e Germania; surriscaldati i principali emergenti; a rilento Giappone e alcuni Paesi europei. L’Italia è in affanno, a riprova dei limiti competitivi sperimentati prima della crisi. Il quadro parlamentare non aiuta a varare e attuare le urgenti riforme strutturali. Colmare il grave ritardo nell’Ict è una priorità del Paese e delle imprese e offre un’opportunità di rilancio”.

E’ Confindustria che parla così e che ha analizzato la difficile situazione economica, soprattutto italiana, in un convegno che si è svolto ieri a Roma dal titolo “Se l’Italia punta sull’Ict”.
Luca Paolazzi, direttore del Centro studi di Confindustria, Csc, ha presentato una sessantina di slide che fotografano la situazione mondiale e della Penisola che a questi ritmi tornerà ai livelli precrisi nel 2015 in netto ritardo rispetto agli altri Paesi.


“Per tornare a crescere il driver è l’Ict”
, ha affermato Paolazzi che ha ricordato che “Se nel 1997-2007 il capitale Ict fosse cresciuto come nel Regno Unito, ciò avrebbe aggiunto oltre 3 punti percentuali al Pil”. E “Se nei prossimi cinque anni l’intensità del capitale Ict arrivasse ai livelli del Regno Unito, l’aumento del Pil sarebbe dello 0,8% annuo aggiuntivo”.

Dopo avere mostrato le statistiche che indicano la scarsa presenza dei pc nelle aziende italiane e l’idiosincrasia delle imprese nostrane per l’e-commerce, il direttore del Csc ha elencato le sette regole alle quali dovrebbero attenrsi le imprese che sono riassunte nella tabella.


 
Non si tratta solo di utilizzare più tecnologie ma di avere un approccio culturale differente che permetta di dispiegare al massimo gli effetti positivi dell’Ict. Sullo sfondo rimane però la scarsità dell’infrastruttura per la banda larga che, anche dagli imprenditori di Confindustria, viene percepita come il primo vero ostacolo a un maggiore utilizzo dell’Ict in azienda.
 
Il rapporto del Csc spiega che esiste un significativo ritardo delle imprese italiane nell’suo dell’Ict, e rileva le difficoltà delle aziende che lavorano in rete a utilizzare tecnologie di rete, le carenze infrastrutturali (banda larga) e le difficoltà organizzative delle imprese che devono adottare tecnologie Ict (ma all’estero come fanno? Chiede contemporaneamente il rapporto). Il ritardo, e non è certo una scoperta, è dovuto principalmente alle dimensioni delle imprese visto che, per quanto riguarda le medio-grandi  siamo su livelli analoghi a quelli degli altri Paesi.

Al ritardo nell’Ict, ha sottolineato Franco Grosso di Confindustria, corrisponde un ritardo nella R&S e nell’innovazione. “Il minor livello di attività innovativa rispetto ai principali Paesi europei è in parte imputabile a una specializzazione settoriale sbilanciata verso produzioni tradizionali a basso contenuto tecnologico”.

Il made in Italy sembra non avere bisogno di molta tecnologia.