Finché tutto funziona, non ce ne accorgiamo nemmeno. Ma il problema non è quando qualcosa si rompe. Il problema è strutturale, e riguarda il potere.

La Legge di Bilancio 2026 - digitalizzazione - digitale - - flessibilità costa dipendere dalle tecnologie - pixabay

Per capire quanto costa dipendere dalle tecnologie è bene fare un paragone. Immaginate di vivere in un appartamento in affitto. Lo abitate, lo arredate, ci costruite la vostra vita. Ma le decisioni importanti — quanto pagare, cosa si può o non si può cambiare, quando rinnovare il contratto — non spettano a voi. Spettano al proprietario. Potete stare comodi, certo, magari customizzare le pareti o aggiungere qualche item di pregio. Ma non siete davvero a casa vostra.

Non siete liberi di fare quello che voi ritenete più opportuno con un bene di cui voi siete i principali, se non unici, utilizzatori. Ecco, qualcosa di simile sta succedendo con la tecnologia.

Ogni giorno, aziende, ospedali, scuole, enti pubblici e privati cittadini europei usano strumenti digitali per lavorare, comunicare, curarsi, spostarsi. Software per gestire i dati, piattaforme per collaborare, infrastrutture per far girare tutto il resto. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, questi strumenti appartengono ad altri: grandi aziende americane o asiatiche, con le loro regole e le loro priorità.

Finché tutto funziona, non ce ne accorgiamo nemmeno. Ma il problema non è quando qualcosa si rompe. Il problema è strutturale, e riguarda il potere.

Chi controlla la tecnologia, controlla le regole del gioco

Quando le tecnologie che usiamo non sono progettate, costruite o gestite da noi — intendendo l’Europa, l’Italia, le nostre aziende — non siamo solo dipendenti: siamo esposti.

I nostri dati viaggiano su server che non controlliamo. Le nostre decisioni strategiche dipendono da aggiornamenti software voluti altrove. La nostra capacità di rispondere a una crisi — economica, geopolitica, sanitaria — è condizionata dalla disponibilità e dalla volontà di qualcun altro.

Purtroppo, il passato recente ci insegna che non si tratta di fantascienza. Solo nel biennio 2024-2026 si possono già contare quasi una decina di “disastri digitali”. Basti pensare al “Venerdì Nero” di CrowdStrike, luglio 2024, in cui un aggiornamento difettoso del software di sicurezza Falcon su sistemi Windows ha causato un blocco informatico globale, impattando circa 8,5 milioni di dispositivi in tutto il mondo, paralizzando voli, banche, ospedali e media a livello internazionale. E anche guardando al futuro, non è difficile immaginare come tensioni geopolitiche possano rendere improvvisamente “difficile” l’accesso a certi chip o a certe licenze software.

In momenti come questi emerge con chiarezza una verità che non si può più ignorare: la nostra vita, ormai, dipende da tecnologie che non vediamo e che spesso non controlliamo.

Ed è qui che entra in gioco un concetto sempre più centrale nel dibattito tecnologico moderno: la sovranità digitale.

Perché la sovranità digitale ci riguarda personalmente

Quando si parla di sovranità digitale è facile cadere nel cliché che si tratti di un tema riservato ad ingegneri, specialisti di cybersecurity o addetti ai lavori. In realtà il tema riguarda la vita quotidiana molto più di quanto pensiamo.

Ogni giorno utilizziamo tecnologie che rendono possibile gran parte delle nostre attività, dal pagare un caffè al bar o inviare un messaggio, fino all’ascoltare musica o guardare un film. Tutte azioni reali rese possibili grazie ad infrastrutture digitali: piattaforme cloud, sistemi di calcolo ad alte prestazioni, software che gestiscono dati e processi industriali.

Sono strumenti ormai indispensabili, non solo per portare avanti le nostre attività quotidiane, ma anche per garantire agli ospedali di curare, alle università di fare ricerca, ai servizi pubblici di funzionare e alle aziende di produrre.

Tuttavia, una significativa parte di queste tecnologie non è sviluppata né gestita in Europa.

Gran parte delle infrastrutture digitali su cui si regge l’economia globale, infatti, è controllata da grandi aziende tecnologiche extraeuropee. Questo significa che molti dei sistemi che utilizziamo quotidianamente operano secondo regole, priorità e modelli definiti altrove e, soprattutto, non da noi.

Come l’inquilino e il proprietario di casa, quindi, può essere facile trovarsi in una situazione in cui si è costretti ad accettare condizioni che cambiano, prezzi che aumentano, regole che evolvono — senza poter dire no, perché andarsene sarebbe troppo costoso o semplicemente impossibile.

Finché tutto funziona, il problema non si pone.

Ma quando emergono tensioni geopolitiche, problemi tecnici o cambiamenti nelle condizioni di accesso alle tecnologie, la dipendenza diventa improvvisamente evidente e ci si rende conto di quanto sia indispensabile disporre di tecnologie proprietarie.

Il costo invisibile della dipendenza

La dipendenza tecnologica ha un costo che non si individua subito e raramente compare nelle valutazioni economiche. Non si tratta solo del prezzo di una licenza software o di un servizio cloud, ma della progressiva perdita di autonomia.

Quando le tecnologie chiave vengono progettate e sviluppate altrove, le organizzazioni rischiano di perdere asset fondamentali che possono determinare il successo di queste ultime. Come, ad esempio, la capacità di comprendere a fondo i sistemi su cui si basano le proprie attività o lo sviluppo di quelle competenze necessarie per innovare in autonomia.

Nel lungo periodo questo può tradursi anche in una riduzione della capacità industriale e scientifica di un territorio.

Per questo il tema della sovranità digitale non riguarda solo la sicurezza informatica, ma determina anche la competitività economica e tecnologica dell’Europea e il suo ruolo negli scenari globali.

Costruire un ecosistema tecnologico europeo

Negli ultimi anni l’Europa ha riconosciuto l’importanza strategica di queste dinamiche, iniziando a sviluppare competenze strategiche, supportando centri di ricerca di eccellenza e investendo su imprese che da anni lavorano su tecnologie che mettono al centro la persona, la trasparenza e la responsabilità sociale.

Anche aziende come E4 Computer Engineering operano in questo ecosistema con l’obiettivo di sviluppare tecnologie che rafforzino la capacità europea di progettare, gestire e comprendere le infrastrutture più avanzate, dal supercalcolo alla gestione dati, dall’intelligenza artificiale ai sistemi di calcolo ad alte prestazioni.

Il percorso non è semplice né veloce. Richiede investimenti continui in ricerca e infrastrutture, e aziende che inizino a ragionare sul valore di lungo periodo. Richiede formazione e partecipazione a tutti i livelli, non solo tra i tecnici — perché la sovranità tecnologica non è una questione solo per gli ingegneri: è una questione quotidiana.

E richiede che qualcuno cominci a fare le domande giuste. Non solo “funziona?”, ma “di chi è?”“chi decide?”“cosa succederebbe se domani non ci fosse più?”.

La libertà del futuro si costruisce nel presente

La tecnologia non è più soltanto uno strumento che utilizziamo. È l’infrastruttura su cui si reggono economia, ricerca, servizi pubblici e vita quotidiana. Per questo la sovranità digitale riguarda direttamente imprese, istituzioni e cittadini.

Noi di E4 lavoriamo da oltre vent’anni su tecnologie che fanno girare il presente e aprono il futuro: supercalcolo, intelligenza artificiale, infrastrutture ad alte prestazioni.

Lo facciamo perché crediamo che avere infrastrutture proprie, competenze proprie, capacità di scelta proprie non sia un lusso per pochi: sia una condizione necessaria per chiunque voglia ancora avere voce in capitolo sul proprio destino.

La tecnologia che usiamo oggi sta modellando la realtà di domani. E la domanda che dovremmo porci — tutti, non solo gli addetti ai lavori — è semplice: vogliamo essere protagonisti di questa trasformazione, o comparsa in uno spettacolo scritto da altri?

La risposta, ancora, dipende da noi. Ma il tempo per scegliere non è infinito.