Perché gli startupper dovrebbero trovare nei laureandi il proprio team con cui scalare

Stage 2.0: si fa nelle startup. 5 suggerimenti per lo stage perfetto
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La parola stage è da sempre tristemente correlata allo sfruttamento, ma le startup possono essere la chiave per capovolgerne il significato dando il via a quello che si può definire lo stage 2.0.

Per laurearsi spesso è effettivamente necessario fare un periodo di stage che dovrebbe essere, almeno sulla carta, la formazione necessaria per fare i primi passi nel mondo del lavoro, per riuscire a capire cosa effettivamente può essere nelle corde degli studenti e cosa invece non è in linea con le aspettative.

Ma con la pandemia è stato difficile trovare degli stage anche per via della necessità di farli a distanza e non in presenza, una modalità che può spaventare gli imprenditori vista la mancanza della possibilità di guidare e formare le nuove generazioni di professionisti dal vivo.

Tuttavia, dall’esperienza di Startup Geeks, che negli ultimi 9 mesi ha formato 9 studenti alla ricerca di uno stage con cui iniziare il proprio percorso professionale, il binomio stage e startup può essere un successo se saputo applicare nel modo corretto.

“Non credevo di poter affidare parte delle mie linee di business a ragazzi poco più che ventenni e invece, dandogli fiducia e continui feedback, ho visto giovani studenti con tanta voglia di crescere, diventare velocemente dei professionisti affidabili e responsabili. Le startup dovrebbero sperimentare questa scelta per dare vita al proprio team: occhi giovani e professionalità acerbe, se condotte saggiamente, possono essere davvero d’aiuto per far accelerare il proprio business” – spiega Alessio Boceda, co-founder di Startup Geeks.

I 5 punti per il perfetto stage 2.0: fiducia, feedback costante e OKR

Dall’esperienza di Startup Geeks, ecco 5 punti per gestire al meglio gli studenti in stage 2.0 e fare in modo che possano diventare dei membri strutturati, solidi e performanti del team di lavoro:

  1. La formazione inizia dal giorno 0: bisogna dare sin dal momento iniziale tutti gli strumenti per capire il lavoro, il panorama di mercato a cui è legato e altre informazioni che possano essere d’aiuto per iniziare preparati
  2. I primi giorni sono dedicati all’onboarding: in questi meeting si racconta la storia della propria impresa, le evoluzioni e gli obiettivi futuri ma si sottolineano anche altri aspetti importanti come la vision, i valori e la mission. Inoltre si forma lo stagista sugli gli strumenti che utilizzerà per svolgere le proprie attività e sulle sue prime mansioni
  3. Feedback giornalieri di relazione e di formazione: ogni giorno gli stagisti hanno dei momenti di confronto con i fondatori della startup e gli altri membri del team. Questi momenti sono utili per avere dei feedback chiari e immediati sul loro lavoro, per far emergere degli aspetti che richiedono una formazione più accurata e per per stringere i rapporti, vista la distanza del lavoro da remoto
  4. Flessibilità e responsabilità: ogni stagista ha delle responsabilità che diventano più grandi mano a mano che passa il tempo ma nello stesso frangente, vista anche l’attività da remoto, che possono essere gestite in autonomia grazie ad un orario flessibile
  5. OKR: ogni membro del team si riunisce una volta ogni due settimane per fare la review dei suoi OKR ovvero degli obiettivi chiave che gli sono stati assegnati per poterne parlare insieme e chiedere aiuto se si è bloccati

“Credo che il lavoro da remoto non debba incrementare delle dinamiche di controllo ma piuttosto stressare ulteriormente il concetto di trasparenza: nessuno vuole sapere cosa facciano gli stagisti durante l’orario di lavoro purché portino i risultati definiti insieme e allo stesso tempo chiedano aiuto all’intero team se non riescono a proseguire con gli obiettivi prefissati” – spiega Alessio Boceda, che negli ultimi mesi ha gestito gli stagisti del team B2B da remoto.

Un consiglio agli stagisti e agli startupper: sceglietevi a vicenda

Se in tempi normali la scelta per uno studente alle prime armi poteva vertere verso le grandi corporate, oggi, anche con l’evoluzione del mondo del lavoro e delle sue dinamiche, se davvero si vuole trovare in fretta il modo con cui mettere le mani in pasta nel lavoro, forse le startup sono dei trampolini di lancio da tenere in considerazione.

Infatti, se nelle corporate si è parte di una grande macchina già strutturata e il proprio ruolo rimane comunque di nicchia, nelle startup invece tutto si muove in modo molto veloce, i progetti hanno date di scadenza relativamente brevi ed è così possibile imparare molto di più avendo anche ruoli di responsabilità che in altri ambienti più grandi non si potrebbero avere.

“Consiglio agli startupper di prendere in considerazione questa opportunità: alcuni dei vostri tirocinanti potranno voler prendere altre strade al termine del tirocinio, altri, invece, avendo toccato con mano i risultati ottenuti dal loro lavoro, potrebbero essere i primi membri del team che state costruendo e coloro con cui portare la vostra azienda verso il prossimo step” – conclude Boceda.