Professionisti italiani sempre più digitalizzati

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Nel 2015 supera 1 miliardo di euro la spesa ict degli studi professionali

Da una ricerca dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, presentata al convegno “Professionista, oggi apriresti uno studio?”, è emerso che nel 2015 sono cresciuti redditività e fatturato degli studi professionali, è aumentato il tempo dedicato all’attività di consulenza, si sono affermati nuovi servizi più orientati al mercato. E sono cresciuti gli investimenti in nuove tecnologie da parte dei circa 150 mila studi di avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari italiani, che complessivamente hanno speso oltre 1,1 miliardi di euro per l’ICT. In media, la spesa digitale per singolo studio sfiora i 9 mila euro, quasi il 50% in più rispetto ai 6 mila euro preventivati lo scorso anno.

E mentre circa il 40% degli studi professionali vede nelle tecnologie uno strumento di sviluppo, si evidenzia una chiara relazione tra l’andamento positivo di fatturato/redditività e l’adozione di nuove tecnologie: i professionisti con crescita in doppia cifra sono quelli che utilizzano maggiormente gli strumenti più evoluti. Le tecnologie più presenti sono quelle che abilitano l’esercizio professionale come la firma digitale, le banche dati, la gestione dei flussi telematici, ma gli investimenti futuri riguarderanno soprattutto software per la gestione elettronica documentale e la conservazione digitale a norma dei documenti dello studio, i portali per la condivisione documentale e di attività  con i clienti, anche se gli studi più evoluti guardano con favore ai software per il controllo di gestione ai workflow e alle applicazioni di business intelligence.

Gli indicatori economico-finanziari

La ricerca dell’Osservatorio Professionisti & Innovazione Digitale rivela che il 54% degli studi professionali dichiara una redditività in crescita, rispetto al 43% dello scorso anno. Gli studi italiani sono soprattutto di micro e piccola dimensione: il 54% realizza un fatturato al massimo di 100 mila euro, con un portafoglio di clienti non superiore ai 50 nominativi, per metà il fatturato medio per cliente è di 2 mila euro.

Il 73% degli studi è di natura individuale, l’organico medio è di due professionisti e due dipendenti. L’età media dei professionisti oscilla tra i 45 e i 57 anni, la presenza femminile è quasi pari a quella maschile tra Avvocati e Consulenti del Lavoro, più maschile tra i Commercialisti. I dipendenti hanno un’età media di poco inferiore ai 40 anni e sono prevalentemente donne. In media gli studi professionali sono fornitori della PA nel 25% dei casi. Eccetto gli studi della propria categoria professionale, i concorrenti più frequenti sono le associazioni di categoria e i CAF, verso i quali la leva competitiva più utilizzata è il prezzo. Circa il 30% dei professionisti vede nella collaborazione una leva importante contro la crisi e per l’ampliamento del modello di business: un terzo degli studi collabora stabilmente con altri, anche se in modo non formalizzato.

L’analisi su un panel di 258 studi che hanno risposto alla survey dell’Osservatorio sia nel 2014 sia nel 2015 rivela che – fatto 100 il tempo lavorativo dello studio – cresce il tempo dedicato alle attività di business (70% vs 60%). Si ipotizzano quindi circa venti giorni in più a disposizione degli studi per produrre ricavi grazie alla migliore organizzazione, ottenuta anche con l’ausilio delle tecnologie. A livello generale, invece, l’indagine del 2015 evidenzia che l’attività di consulenza pesa il 27% circa, in aumento rispetto agli anni precedenti (16%-20% circa). Pur rimanendo prevalente l’attività tradizionale, nel 2015 la consulenza cresce per un numero di studi doppio rispetto a quelli che dichiarano un incremento dell’attività tradizionale (29% vs 14%). I professionisti trovano un alleato prezioso nella tecnologia, perchè l’8% la offre anche attraverso un portale accessibile alla clientela. Inoltre, il 51% degli studi ha interesse per la consulenza online. Le principali ragioni di ciò sono la maggiore visibilità (44%), la possibilità di intercettare nuova clientela (29%), la fidelizzazione della clientela esistente (18%), l’incremento del fatturato (9%).

L’attività di consulenza è destinata a pesare sempre di più all’interno del conto economico e del tempo lavorativo – dice Claudio Rorato, Direttore dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale -. Se le attività tradizionali resteranno strumento di fidelizzazione in grado di garantire entrate regolari, questa garantirà margini più elevati con alcuni gradi di discontinuità temporale. E la consulenza online contribuirà sempre più a fornire un supporto come primo contatto con alcune realtà imprenditoriali“.

I servizi

I professionisti si stanno affrancando gradualmente dai tradizionali servizi guidati da obblighi di legge per andare verso altri più market oriented. Trasversale a tutte le professioni (59%) è la consulenza contrattuale su temi non ICT, ma comune è la tendenza verso un maggiore portafoglio di servizi nell’immediato futuro, in particolare l’attività di consulenza per la finanza agevolata o per i finanziamenti europei (36%), il supporto allo sviluppo di nuovi mercati (35%) e l’assistenza alle startup (34%).

L’assistenza ai clienti per le attività nei mercati esteri è ancora un punto debole. Solamente il 5% degli studi assiste direttamente i clienti sull’internazionalizzazione, l’8% lo fa ricorrendo a corrispondenti locali e il 15% in modo parziale, limitandosi a svolgere alcune attività senza interagire con corrispondenti o altri soggetti esteri. Il 38% non dispone di clientela interessata ai mercati esteri, mentre il 12% è impreparato. Appena il 3% degli studi si sta attrezzando per far fronte a questa esigenza.

Gli investimenti in tecnologia

La spesa in ICT complessiva dagli studi nel corso del 2015 ha superato 1,1 miliardi di euro, così ripartita: il 12% per investimenti in innovazione, il 16% per sviluppo dell’esistente, il 20% per adeguamento tecnologico o normativo, il 53% per attività di gestione dell’esistente. Nel prossimo biennio si prevede una spesa di circa 1,2 miliardi di euro annui, con un’ulteriore crescita dell’8%.

Le tecnologie più presenti negli studi sono quelle abilitanti l’esercizio professionale (firma digitale, banche dati, gestione dei flussi telematici). Gli investimenti futuri riguarderanno invece principalmente software per la gestione elettronica documentale e la conservazione digitale a norma dei documenti dello studio (entrambi al 39%), portali per la condivisione documentale e di attività con i clienti (34%) e siti internet (33%). Le esperienze raccolte in due anni di Ricerca dell’Osservatorio hanno portato a selezionare 145 Studi, che hanno avviato o concluso progetti di miglioramento digital based con soluzioni che riguardano funzionalità in più di un’area organizzativa. In particolare, il 74% dei progetti coinvolge l’efficienza interna (dematerializzazione documentale, archiviazione digitale, lavoro in mobilità, firma grafometrica dei clienti per i dichiarativi), il 72% è relativo a soluzioni che impattano sulla relazione con i clienti (portali per la condivisione di documenti e attività) il 55% riguarda, invece, l’erogazione di nuovi servizi (acquisizione dati da altri soggetti per la pianificazione finanziaria, app per fornire un calendario delle scadenze dei pagamenti, formazione a distanza).

Cresce la propensione all’uso del cloud computing, nonostante persistano le perplessità nel mondo professionale: tra coloro che utilizzano applicazioni in cloud, il 79% le usa per la PEC e il 66% per la posta elettronica di studio, il 62% per le banche dati; tra coloro, invece, che usano il cloud per le strutture hardware, il 12% lo impiega per tutti i server, il 22% solamente per una parte di essi. Del 66%, invece, che non usa il cloud per l’hardware, il 37% è interessato a valutarlo già il prossimo anno.

La spesa media 2015 in ICT per singolo studio – al netto di quelli che dichiarano di non aver effettuato investimenti in tecnologie (3%) – sfiora i 9 mila euro, rispetto ai 6.300 euro preventivati lo scorso anno. Poco meno di mille euro sono destinati a soluzioni innovative e circa 3 mila euro allo sviluppo o aggiornamento normativo.

Interessante notare che da un panel di 134 studi che hanno risposto alla survey dell’Osservatorio sia tre anni fa che nel 2015, risulta che solamente l’1% di coloro che avevano dichiarato che non avrebbero investito in ICT nei due anni successivi, ha mantenuto fede all’intenzione. Emerge una reciproca influenza tra l’andamento del fatturato/redditività e l’adozione di tecnologie all’interno degli studi. La relazione è più evidente quanto maggiore è la crescita del fatturato e della redditività. Gli studi che dichiarano una crescita in doppia cifra di entrambe le variabili, rivelano la più elevata incidenza di tecnologie evolute (maggiore al 30%) sul totale delle tecnologie presenti nello studio.

La formazione 

Cresce la domanda di formazione per gestire meglio la comunicazione e le relazioni con l’esterno. Lo rivela l’indagine sulla formazione dei professionisti, che, come normale, si indirizza principalmente sulle materie giuridiche e sull’aggiornamento normativo (87%), sui temi economici e aziendali (59%), sull’addestramento degli applicativi (51%) e sull’organizzazione dello studio (50%). Ma per il 2016 cresce l’interesse verso le soft skills come team building o public speaking (+10%), comunicazione (+9%) e utilizzo dei social network (+6%).

Le competenze che tutte le professioni ritengono utili da sviluppare sono le abilità nell’uso dell’ICT (33%) e la comunicazione per promuovere meglio lo studio. Nello specifico, gli Avvocati privilegiano lo sviluppo di competenze su contenuti giuridici legati alle ICT (27%), i Commercialisti, i Consulenti del Lavoro e gli Studi Multidisciplinari la capacità di analisi organizzativa per le aziende clienti. “È evidente il desiderio da parte degli studi professionali di interagire meglio con il mercato e di aumentare alcune abilità nell’ambito della comunicazione – commenta Claudio Rorato -. Si sta creando la consapevolezza che nuove abilità devono entrare nella ‘cassetta degli attrezzi’ del professionista, che non può trascurare le tendenze emergenti dal mercato“.