
In uno scenario globale dove si stima che la forza lavoro digitale raggiungerà i 92 milioni di individui entro il 2030, il nomadismo digitale ha cessato di essere una nicchia turistica per trasformarsi in una potente leva di rigenerazione territoriale. L’analisi di oltre 800.000 conversazioni social e 155 articoli di stampa, contenuta nel Quarto Rapporto sul Nomadismo Digitale in Italia realizzato dall’Associazione Italiana Nomadi Digitali con l’Università Cà Foscari di Venezia, certifica un cambio di paradigma post-pandemico: l’interesse si è spostato dall’avventura in solitaria verso la ricerca di stabilità, comunità e qualità della vita nelle aree rurali.
Tuttavia, si evidenzia come l’Italia stia sottovalutando questa opportunità strategica, rimanendo intrappolata in una visione “turistico-centrica” che riduce i professionisti da remoto a semplici visitatori. Nonostante l’introduzione di un visto specifico nel 2024, il sistema Italia erige alte barriere all’ingresso, quali procedure burocratiche che richiedono la presenza fisica nei consolati esteri, tempi di attesa fino a 4-5 mesi per un appuntamento e l’obbligo di dimostrare alloggi garantiti e redditi minimi (circa 28.000€), senza offrire in cambio un ecosistema di servizi adeguato. In questo contesto, il quadro normativo nazionale frammentato e una narrazione mediatica spesso superficiale frenano il potenziale di un fenomeno che potrebbe essere il vero motore di rinascita per le nostre aree interne.
Quanti sono i nomadi digitali in Italia e quale beneficio potrebbe trarne il Paese
In Italia non esiste ancora un dato ufficiale per misurare con precisione quanti nomadi digitali entrino o soggiornino nel Paese. Non perché il fenomeno sia inesistente, ma perché molti di questi lavoratori remoti arrivano come cittadini dell’Unione Europea o turisti per brevi periodi, senza bisogno di permessi di soggiorno e sfuggendo così alle statistiche amministrative. Senza numeri diretti, si possono però fare stime affidabili guardando ad altri Paesi europei con sistemi di tracciamento più evoluti, come Spagna ed Estonia.
La Spagna, infatti, ha creato una categoria specifica per i nomadi digitali internazionali e pubblica i dati sulle autorizzazioni rilasciate. Scalando questi numeri ai flussi italiani, si stima che i nomadi “tracciabili” in Italia siano tra 20.000 e 45.000. L’Estonia va invece oltre, calcolando non solo i visti ma la presenza complessiva, inclusi chi non ne ha bisogno. Applicando lo stesso metodo ai turisti italiani, il totale dei nomadi digitali che potrebbero passare annualmente dal nostro Paese si attesta tra 850.000 e 900.000 persone. I due dati non si contraddicono: il primo coglie solo la parte visibile amministrativamente, il secondo la dimensione reale e totale. Senza un monitoraggio nazionale dedicato, questa forbice resta la stima più attendibile.
Proiettando l’impatto fiscale, e assumendo con prudenza che solo una fetta limitata di questi lavoratori generi qui redditi modesti e tassabili, il gettito perso per fisco e previdenza potrebbe oscillare tra 150 e 450 milioni di euro all’anno. Non si parla di evasione, ma di potenziale non catturato, per mancanza di norme e strumenti adatti a un fenomeno ormai strutturale e in espansione in tutta Europa.
“È necessario rendere l’Italia un Paese attrattivo anche per questi soggetti. Per farlo, non basta ridurre la pressione fiscale: è fondamentale semplificarla. Occorre puntare sul digitale per facilitare l’accesso agli strumenti necessari allo svolgimento di un’attività in modo regolare in Italia, rendendo il prelievo fiscale più semplice, trasparente e coerente con l’accesso ai servizi di welfare. Un sistema veloce e snello permetterebbe di intercettare i nomadi digitali, che oggi restano completamente fuori dal perimetro e non apportano gettito.” – commenta Luca Furfaro, consulente del lavoro, Welfare Specialist e Membro del Comitato Tecnico Scientifico dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali.
Furfaro, a questo proposito, ha presentato nel report una proposta ad hoc, che intende riconoscere e regolamentare il lavoro subordinato svolto integralmente da remoto, distinguendolo dalle forme già esistenti (telelavoro e lavoro agile) e garantendo parità di diritti e tutele con i lavoratori tradizionali, promuovendo inoltre l’adeguamento dei modelli organizzativi alle trasformazioni tecnologiche e sociali, incentivare la creazione di un ecosistema ricettivo per i lavoratori nomadi digitali.























































