
Negli ultimi anni, il dibattito sul lavoro si è arricchito con la promessa dell’automazione e dell’intelligenza artificiale come strumenti capaci di semplificare le attività quotidiane e migliorare l’efficienza. Ma quanto questa promessa si traduce davvero in un alleggerimento del carico mentale dei lavoratori? Aiuta a ridurre lo stress?
Secondo una ricerca condotta da AstraRicerche per Factorial il rapporto tra tecnologia e benessere lavorativo appare oggi segnato da una forte tensione. Da un lato, cresce la fiducia nell’AI come supporto concreto: quasi 8 lavoratori di concetto su 10 ritengono importante poter delegare alcune attività alla tecnologia e il 63,6% pensa che automazione e intelligenza artificiale possano contribuire a ridurre stress e rischio di burnout. Dall’altro, il peso del lavoro sulla sfera mentale continua ad aumentare: il 76,8% degli italiani dichiara di aver sentito nell’ultimo anno il bisogno di “staccare mentalmente” dal proprio impiego, segno che l’efficienza promessa non sempre si traduce in un reale sollievo.
“Questa ricerca mostra chiaramente che l’adozione della tecnologia, da sola, non basta a migliorare il rapporto con il lavoro,” dichiara Nicola Laganà, VP del Marketing di Factorial. “L’AI può essere una leva potente per semplificare i processi e liberare energie, ma solo se inserita in modelli organizzativi sostenibili, che non trasformino l’efficienza in ulteriore pressione. La vera sfida oggi è usare la tecnologia per lavorare meglio, non solo liberando le persone da task ripetitivi ma fornendogli strumenti adeguati per spingersi oltre e prendere decisioni informate.”
LE CAUSE DEL DISAGIO
Il nodo centrale non sembra quindi essere la tecnologia in sé, quanto il contesto organizzativo in cui viene introdotta. A spingere i lavoratori verso il bisogno di distanza sono infatti soprattutto il carico di lavoro eccessivo (42%), la difficoltà di conciliare vita privata e lavoro (36,7%) e la pressione psicologica (34,1%). Un quadro che suggerisce come l’aumento dell’efficienza possa andare di pari passo con aspettative più elevate e richieste di performance sempre maggiori.
COSA VORREBBERO DELEGARE I LAVORATORI ALL’AI
In questo scenario, la tecnologia viene chiamata soprattutto a liberare tempo da attività percepite come a basso valore e ridurre lo stress: i lavoratori vorrebbero automatizzare in primis i task ripetitivi (36,2%), la gestione documentale (29,7%), la burocrazia (28%), le riunioni inutili (27,9%) e le e-mail semplici ma numerose (26,4%). Non per “fare di più”, ma per lavorare meglio e ridurre il sovraccarico mentale quotidiano. Non a caso, tra i benefici più attesi dall’automazione figurano soprattutto meno stress mentale e minore rischio di burnout (38%), seguiti da maggiore efficienza (37,5%) e da un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata (29,9%).
Il mancato riequilibrio tra efficienza e sostenibilità del lavoro si riflette anche sul piano emotivo. Oltre la metà degli intervistati si sente oggi abbastanza, molto o completamente distante dalla propria occupazione, una condizione particolarmente diffusa tra i più giovani, dove la distanza emotiva supera il 60% tra i 18 e i 29 anni. Il disagio non risparmia nemmeno chi ricopre ruoli di responsabilità: quadri, dirigenti e soci lavoratori segnalano più frequentemente carichi di lavoro elevati e difficoltà di bilanciamento vita-lavoro, e quasi il 70% di loro ha pensato almeno una volta di ridurre il proprio coinvolgimento professionale.
PROSPETTIVE PER IL 2026
Guardando al futuro, le aspettative dei lavoratori non appaiono rassicuranti: solo il 20,8% pensa che il proprio rapporto emotivo con il lavoro migliorerà, mentre il 25,9% teme un peggioramento. Osservando la dimensione aziendale, presso quelle medie e grandi è del 27%, lievemente superiore a quanto rilevato presso le aziende piccole (24%). In definitiva, il rischio di un ulteriore distacco è percepito come concreto e vicino: quasi 6 lavoratori su 10 ritengono probabile adottare nei prossimi 12 mesi comportamenti di disconnessione mentale, emotiva o operativa; il 10% li considera molto probabili, con un picco tra le donne 30-39enni (70%). Una tendenza trasversale anche a livello territoriale, con una maggiore negatività nel Nord-Ovest.

























































