Il futuro del lavoro non arriverà dall’esterno. Lo costruiamo noi dall’interno.

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C’è un messaggio chiaro che emerge dal nostro report The Road Ahead: Predictions and Possibilities for the Future of Work: non esiste un singolo “futuro del lavoro”. Ne esistono molti, che si stanno formando in parallelo. E la direzione che prenderemo dipenderà molto meno dalla tecnologia di quanto crediamo, e molto più dalle scelte – o dalle omissioni – delle organizzazioni e dei loro leader. Questa sarà la vera sfida da dover affrontare.

La narrativa dominante dipinge l’AI come un’onda inarrestabile, pronta a travolgere tutto ciò che non si trasforma rapidamente. Ma ciò che il report rivela, con dati e analisi, è che l’AI non è un destino già scritto: è uno strumento di progettazione. Può rendere i processi più efficienti, certo, ma può anche aprire la porta a nuovi modi di generare valore e di essere comunità al lavoro.

La differenza non è tecnica. È culturale.

Il rischio: un futuro che non motiva nessuno

Le organizzazioni oggi sembrano ancora intrappolate in un’idea di produttività che misura “quanto” si fa e non “che cosa cambia”. E il report evidenzia con chiarezza un dato preoccupante: quando l’AI si limita a sostituire attività senza ripensare i ruoli, le persone perdono motivazione, fiducia e senso. Già oggi, i lavoratori “attivamente disconnessi” dedicano il 16% in meno del proprio impegno. Se continueremo a seguire un modello puramente “AI maximalist”, questa percentuale rischia di aumentare.

Ridisegnare il lavoro non significa togliere compiti alle persone, significa restituire loro ciò che le motiva davvero, ad esempio creatività, qualità, autonomia. Le persone non chiedono di essere riempite di attività residue, vogliono che la tecnologia liberi spazio per ciò che conta davvero.

Il potenziale: un futuro costruito sulla simbiosi

Il report propone un modello alternativo: la strategic symbiosis, in cui l’AI amplifica le capacità umane invece di sostituirle. È lo scenario più ambizioso, ma anche quello più vicino ai bisogni reali delle persone. Non è un caso che quattro persone su cinque credano che l’AI permetterà loro di svolgere un lavoro più “di valore”.

Questo approccio non idealizza l’AI: ne riconosce i limiti, evitando l’errore – sempre più diffuso – di antropomorfizzarla. L’AI non è un collega immaginario, ma un tool-mate: un partner operativo, trasparente e affidabile, che supporta il pensiero umano senza sostituirlo.

Tre fronti dove si giocherà il futuro

La sfida più complessa non è tecnologica, ma sistemica. Secondo il nostro studio, tre aree saranno decisive:

  1. L’ingresso nel mondo del lavoro
    L’automazione sta erodendo molti ruoli junior. Se non investiremo in programmi di formazione interna, rischiamo di creare una generazione sospesa con poche opportunità di crescita.
  2. La leadership
    L’AI può alleggerire i compiti amministrativi, ma non può sostituire l’empatia, la cultura, la capacità di leggere il contesto. Il manager del futuro sarà soprattutto un mentor, non un controllore.
  3. La memoria organizzativa
    In un Paese come il nostro che invecchia, disperdere l’esperienza sarebbe un errore. Trasformare i lavoratori senior in memory architects non è un atto di riconoscenza: è un vantaggio competitivo.

Perché le HR sono l’ago della bilancia

Le Risorse Umane hanno oggi un’opportunità rara: diventare architetti del futuro del lavoro. È un’affermazione forte, ma realistica. Nessun’altra funzione ha una visione così trasversale da tenere insieme talenti, cultura, tecnologia e scelte etiche.

Se le HR rimangono legate alla sola dimensione delle procedure, prevarrà il futuro più povero: quello dell’offload cognitivo, dell’iper-misurazione, della corsa all’efficienza a ogni costo.
Ma se invece le risorse umane diventano un laboratorio di possibilità, possiamo costruire un futuro dove persone e tecnologie crescono insieme e si potenziano a vicenda.

Il futuro non è un destino, è una scelta

La verità è che nessuna tecnologia impone una direzione. Siamo noi – come società, come aziende, come leader – a decidere se usare l’AI per standardizzare o liberare, per controllare o creare, per togliere o investire.

Il futuro del lavoro non arriverà dall’esterno. Lo costruiamo noi dall’interno.
E se vogliamo un futuro dove le persone non solo producano, ma crescano, contribuiscano, innovino – allora questo è il momento di progettare, non di subire.

di Rosalba Agnello, Head of SAP SuccessFactors di SAP Italia