Oltre a ridurre le emissioni di anidride carbonica, un impiego più pervasivo del lavoro flessibile consentirebbe il risparmio di oltre 3,53 miliardi di ore annue per raggiungere il posto di lavoro

Flexible Working
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Secondo The Added Value of Flexible Working, studio commissionato da Regus a Development Economics e curato dall’economista Steve Lucas per analizzare i benefici socio-economici del lavoro flessibile nel mondo, il lavoro flessibile fa bene ai lavoratori e alle aziende ma anche all’ambiente e all’aria che respiriamo.

Una diffusione su vasta scala del lavoro flessibile, infatti, ridurrebbe i livelli di anidride carbonica di 214 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030, pari alla CO2 sottratta dall’atmosfera da 5,5 miliardi di alberi in dieci anni.

Oltre a quello di anidride carbonica, un impiego sempre più diffuso di spazi di lavoro flessibile consentirebbe entro il 2030 anche il risparmio di oltre 3,53 miliardi di ore impiegate ogni anno per raggiungere il posto di lavoro – l’equivalente del tempo passato al lavoro annualmente da 2,01 miliardi di persone.

Per citare un esempio, il Regno Unito risparmierebbe da solo 7,8 milioni di tonnellate di CO 2 entro il 2030 grazie a una maggiore flessibilità da parte dei pendolari, che eviterebbero 115 milioni di ore annue di spostamenti casa-lavoro. È negli Stati Uniti, però, che si registrerebbe il più grande risparmio annuale di tempo e di emissioni: circa 960 milioni di ore e 100 milioni di tonnellate di CO 2 , dato ancor più rilevante se si considera che l’auto è il mezzo di trasporto prediletto dagli americani.

Lo studio economico condotto da Regus prevede, nel complesso, che un aumento del lavoro flessibile nei 16 Paesi presi in esame apporterebbe un valore aggiunto di oltre 10 trilioni di dollari all’economia mondiale entro il 2030.

Mauro Mordini, Country Manager di Regus Italia, ha commentato: “Il lavoro flessibile può fornire un contributo importante alla lotta al cambiamento climatico. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il mondo dovrà ridurre le emissioni annuali di gas a effetto serra di ulteriori 12-14 miliardi di tonnellate entro il 2030 per poter limitare il riscaldamento globale a 2°C. Ogni anno si potrebbero risparmiare milioni di tonnellate di CO 2 permettendo alle persone di lavorare in sedi più vicine a casa e limitando il pendolarismo. Aumentare le opportunità di lavoro flessibile non costituisce soltanto una necessità aziendale o personale, ma rappresenta anche un beneficio per l’intero pianeta.”

Lo studio è stato condotto nel luglio 2018 soffermandosi su 16 Paesi del mondo: Australia; Austria; Canada; Cina; Francia; Germania; Giappone; Gran Bretagna; Hong Kong; India; Nuova Zelanda; Paesi Bassi; Polonia; Singapore; Stati Uniti e Svizzera.

Tre sono state le aree di indagine: benefici economici; benefici personali; benefici ambientali.

Due sono gli scenari di diffusione del lavoro flessibile dipinti. Il primo scenario si è basato sui tassi di diffusione correnti del lavoro flessibile nei 16 Paesi; il secondo scenario parte dall’assunto che un crescente numero di aziende riconosca la profittabilità e la produttività del lavoro flessibile, innescandone più alti livelli di diffusione.