
Questa industria conta oggi più di 14.000 imprese innovative1 - di cui quasi 12.000 Startup – che nel 2025 hanno generato un valore della produzione pari a 10 miliardi di euro occupando circa 62.000 persone. Di queste, circa un terzo lavorano in startup che da sole, lo scorso anno, hanno registrato un valore della produzione di circa 2,8 miliardi di euro.
“Oggi guardiamo all’evoluzione di un’industria che un decennio fa, in Italia, di fatto non esisteva. Siamo passati da una manciata di operatori con risorse limitate e impatto marginale, ad un Venture Capital con basi solide che investe stabilmente da 1 a 2 miliardi l’anno nell’economia reale – ha dichiarato Andrea Di Camillo, Founder e Managing Partner di P101 – Anche il contesto è cambiato radicalmente: l’era dell’innovazione incrementale è finita. Oggi affrontiamo una forte discontinuità tecnologica, con AI e infrastrutture critiche che riorientano il flusso dei capitali, mentre emerge la consapevolezza che la sovranità digitale non è più una scelta, ma una necessità inderogabile. Tutto si muove più velocemente e se vogliamo tenere il passo, non basteranno i capitali che vediamo crescere, grazie al supporto di investitori istituzionali come CDP e EIF e player come Azimut. Serviranno le corporate, la cui attività resta limitata a casi virtuosi, e un mercato del capitale pubblico più efficiente. Ma soprattutto, servirà una prospettiva internazionale: dei fondi, che dovranno guardare oltre confine, delle imprese che dovranno competere a livello globale, e degli investitori che dovranno essere sempre più internazionali. In un continente ancora troppo frammentato, il futuro di questa industria centrale per l’innovazione passa da una maggiore cultura del VC come asset class europea e il 28° regime è un primo passo in avanti in questa direzione”.
Evoluzione degli investimenti: il Venture Capital quadruplica, ma l’Italia scivola nella classifica Europea
In dieci anni, il VC italiano ha complessivamente investito in startup circa 10 miliardi di euro, 7,5 dei quali negli ultimi 5 anni. La traiettoria di crescita dell’industria l’ha portata a quadruplicare la capacità di investimento nell’innovazione del Paese, passata dai 363 milioni di euro del 2016 a 1,4 miliardi di euro del 2025.
Nonostante tale crescita, restano ampi margini di ulteriore sviluppo. Infatti, nonostante l’Italia sia la quarta economia d’Europa, gli investimenti pro-capite in VC restano sproporzionatamente bassi: nel 2025 si sono fermati a 127 euro portando l’Italia a farsi superare dalla Lituania e a scivolare al terz’ultimo posto in Europa in questa classifica, davanti solo a Grecia e Slovenia.
Alzando lo sguardo a livello europeo, negli ultimi 5 anni, il VC ha investito circa 367 miliardi di euro (527 miliardi in dieci anni). Un terzo di questi investimenti sono riconducibili al Regno Unito (120 miliardi), seguito da Francia (51 miliardi di euro) e Germania (50 miliardi di euro), dati che evidenziano il grado di maturità raggiunto dagli ecosistemi più evoluti.
Meno deal, ticket più grandi: il 2025 segna la maturazione del mercato
Nel 2025, gli investimenti in Italia hanno toccato quota 1,4 miliardi di euro, in crescita del 17% rispetto al 2024 nonostante il minor numero di operazioni, scese a 637 (-35%), trend che evidenzia una crescita della dimensione mediana delle operazioni, che in Italia, rispetto al 2024, è raddoppiata a 1 milione di euro.
Nel dettaglio, sono in forte aumento gli investimenti Early Stage, saliti a 568 milioni di euro (+186%), a fronte di un calo (-20%) dei Late Stage che ammontano a 606 milioni di euro. I finanziamenti seed sono aumentati a 155 milioni di euro (+9%), mentre i pre-seed hanno continuato la loro tendenza al ribasso scendendo a 48 milioni di euro (-32%).
Con la crescita dell’ammontare investito, l’Italia è in controtendenza rispetto all’Europa che, a fronte di circa 13.000 deal (-32%), ha registrato investimenti pari a 60 miliardi, in leggera contrazione ( -3%).
Europa in controtendenza anche rispetto a un mercato statunitense in forte crescita (+44%) che ha raggiunto i 285 miliardi di euro a fronte di circa 21.000 deal (-13%).
Le valutazioni delle startup italiane sono aumentate nel tempo, passando da 1,8 milioni di euro nel 2016 a quasi 5 milioni di euro nel 2025, che si confronta con un valore doppio in Europa che a sua volta resta decisamente lontana dagli USA dove la valutazione media sfiora i 49 milioni di euro.
AI in testa: il capitale si sposta verso tecnologie deep e strategiche
Il 2025, anche nel VC, è l’anno dell’Intelligenza Artificiale e del Machine Learning che hanno attratto investimenti per quasi mezzo miliardo di euro, raddoppiando quelli del 2024, e mettendo a segno una impressionante crescita nel quinquennio (+421% rispetto al 2021).
Nonostante questa crescita, l’Italia resta distante anche su questo fronte dal resto d’Europa dove a guidare è la Francia che investe nel settore 3,7 miliardi di euro, seguita dalla Germania con 3,3 miliardi di euro.
La distanza si fa siderale se si guarda agli USA dove nel 2025 il Venture Capital ha raddoppiato gli investimenti in AI e ML portandoli a oltre 155 miliardi di euro, oltre 7 volte quanto investito in Europa (21 miliardi) e 300 volte quanto investito in Italia.
Tornando all’Italia, i settori legati alla sanità hanno registrato una crescita strutturale, con le scienze della vita a 341 milioni di euro (+99%) e HealthTech a 283 milioni di euro (+127%), seguite da big data, settore che nel 2025 ha registrato la crescita più significativa (+711%) attraendo 260 milioni di euro, seguito da Cybersecurity a 197 milioni di euro (+275%).
Nel 2025 in Italia si è quindi confermato il trend di riorientamento del capitale da settori connessi al mondo digitale in generale, verso settori strategici e ad alto tasso tecnologico
Centro Italia in accelerazione, Nord-Ovest resta il cuore dell’ecosistema
La crescita degli investimenti del 2025, saliti a 1,4 miliardi, si deve al Centro Italia, che ha triplicato l’ammontare investito portandolo a 435 milioni di euro.
Cala il Nord-Est a 97 milioni di euro così come il Nord-Ovest che rimane comunque il fulcro dell’ecosistema nazionale con investimenti pari a 834 milioni di euro.
Nel Sud e nelle Isole, l’attività rimane limitata, con il Sud fermo a 69 milioni di euro, e le Isole a 5 milioni di euro.
Exit: il nodo irrisolto dei mercati pubblici
Nel 2025 l’Italia ha registrato 22 exit, in calo rispetto alle 31 del 2024 a causa delle minori acquisizioni societarie (da 25 a 14 operazioni).
I buyout sono aumentati da 6 a 8, segnalando un ruolo crescente degli investitori finanziari, mentre, come nel 2024, non sono state registrate IPO di società partecipate da VC.
Nel decennio solo 22 IPO in Italia hanno riguardato società sostenute dal Venture Capital a conferma del ruolo limitato dei mercati pubblici nell’industria. Queste exit sono poco frequenti anche in Europa dove nel 2025 se ne sono registrate solo 12 – sul totale di 227 IPO -, numero che sale a 52 negli USA.
In tutta Europa, i volumi di exit sono rimasti sostanzialmente stabili a circa 1000, mentre negli USA sono salite a circa 1500 (+13%).
Raccolta decuplicata nel decennio, frena nel 2025
Nel 2025 la raccolta, attraverso 9 fondi, ha sfiorato i 400 milioni di euro (–13% su base annua) con il mercato concentrato su fondi di dimensioni più ridotte, con nessun fondo vintage superiore a 150 milioni di euro.
In Europa la raccolta totale ha raggiunto quasi 11 miliardi di euro, in netto calo rispetto ai 25 miliardi del 2024.
Complessivamente in Italia nel decennio sono stati raccolti oltre 8 miliardi attraverso 123 fondi2.
Sebbene l’Italia abbia duplicato in dieci anni la sua capacità di raccolta fondi, rappresenta ancora una piccola frazione della raccolta in Europa, trainata nel decennio da Paesi come Germania e Francia (entrambe a 32 miliardi di euro), che hanno raccolto ciascuno quasi quattro volte più capitale dell’Italia nello stesso periodo. Anche la Spagna con 12 miliardi di euro supera l’Italia che si ferma all’8° posto nella classifica di raccolta di fondi del continente.
L’aumento delle dimensioni dei fondi, trainati sempre più da investitori istituzionali, sarà fondamentale per rafforzare la capacità di investimento in innovazione dell’Italia e tenere il passo dei paesi europei che oggi dominano il settore.
Investitori: crescono gli istituzionali, ma domina ancora il capitale domestico
Il venture capital italiano continua a dipendere fortemente dagli investitori nazionali (71%). Seguono investitori europei (19%) e nord americani (4%), mentre sono assenti gli asiatici. Emerge una quota relativamente elevata di investitori dal Medio Oriente (6%), il che rende l’Italia l’unico paese – tra i principali nel continente – con un contributo significativo da quella regione.
Se i dati evidenziano la limitata diversificazione internazionale dell’Italia, la composizione degli LP italiani riflette una struttura relativamente equilibrata. Gli investimenti diretti rappresentano il 17%, quelli delle banche il 15% e dei fondi di fondi il 14%. L’Italia mostra anche una partecipazione relativamente elevata negli investimenti da parte delle fondazioni (10%) e dei fondi pensione (9%). Resta limitato il contributo delle assicurazioni (4%) e delle corporate (12%) che in Paesi come la Francia rappresentano rispettivamente il 14% e il 21%.
La Spagna si distingue per il ruolo di primo piano svolto dalle agenzie di sviluppo economico (13%), un segmento quasi assente in Italia (1%).
In generale, l’interesse degli istituzionali è in costante crescita, grazie al supporto di investitori quali CDP, FEI e Fondo Italiano – che in 10 anni hanno investito 63 volte nei fondi italiani – e Azimut, oltre che trainati dalle novità regolamentari volte a incentivare gli investimenti in VC.
Ora la sfida si sposta oltre confine: l’Italia dovrà aumentare la propria attrattività verso gli investitori internazionali.
Università: Bocconi e Politecnico trainano la nuova imprenditorialità
Negli ultimi cinque anni le startup fondate da ex studenti delle principali università italiane hanno raccolto oltre 7,3 miliardi di euro, capitali forniti dal più ampio ecosistema dell’innovazione che, accanto al Venture Capital italiano vede business angel, investitori privati, stranieri e corporate.
L’Università Bocconi (3,1 miliardi di euro) e il Politecnico di Milano (2,2 miliardi di euro) guidano la classifica, seguite dall’Università di Bologna (1 miliardo di euro). La LUISS (505 milioni di euro), La Sapienza di Roma (338 milioni di euro) e il Politecnico di Torino (196 milioni di euro) hanno contribuito con flussi di investimento più modesti, ma significativi.

























































