Il 62% dei CEO italiani (vs 61% global) vede una crescita economica nei prossimi 12 mesi.

ceo italiani

Secondo la 29ª Annual Global & Italian CEO Survey di PwC presentata al World Economic Forum di Davos – che ha intervistato 4.454 Amministratori Delegati in 95 Paesi e territori, inclusi 118 italiani, tra ottobre e novembre 2025 – si conferma un certo ottimismo verso il futuro, ma anche la consapevolezza di un contesto incerto, segnato da sfide complesse. La vera discriminante competitiva si gioca sulla capacità di accelerare la trasformazione tecnologica.

L’ottimismo sulla crescita economica

In Italia l’indagine registra un certo ottimismo verso il futuro, nella consapevolezza del contesto incerto. Il 62% dei CEO italiani prevede una crescita dell’economia globale nei prossimi 12 mesi, in linea con il dato mondiale (61%), dove si registra una crescita continua negli ultimi tre anni (+43% dal 2023 ad oggi).

Più contenuta la fiducia sull’economia nazionale, che è prevista in crescita da poco meno della metà dei rispondenti (49%).

In Italia, il 35% dei CEO si dice molto o estremamente fiducioso sulla crescita del fatturato nel breve termine, ben oltre la media globale, ferma al 30%. Osservando invece il triennio, l’ottimismo sale al 53%, rispetto al 49% registrato a livello mondiale.

A sostenere questa fiducia i numeri: il fatturato medio delle imprese in Italia è cresciuto del 10% (rispetto all’8% globale) e del margine netto dell’8% (contro il +10% mondiale). Eppure, emerge un nodo cruciale: nonostante l’intelligenza artificiale stia rivoluzionando le regole della competizione, la maggior parte delle aziende fatica ancora a convertire gli investimenti in profitti stabili.

L’ottimismo per il futuro porta comunque i segni dell’incertezza: circa un terzo dei CEO, sia in Italia che nel mondo, dichiara che l’incertezza geopolitica ha ridotto la probabilità di investimenti significativi.

Non emerge tuttavia una strategia per contrastare i rischi geopolitici: circa la metà dei CEO italiani e di tutto il mondo prevede un rafforzamento delle difese informatiche, ma solo il 23% dei CEO italiani e il 18% dei CEO a livello globale prende in considerazione azioni come la riconfigurazione della supply chain.

A valutare misure per contenere la dipendenza da partner tecnologici, l’uscita da mercati rischiosi e l’adozione di strategie di tax restructuring è solo un ristretto numero di CEO (tra il 12 e il 20% di rispondenti a livello mondiale e tra il 6-15% a livello italiano).

Le minacce che preoccupano i CEO: in Italia vincono cambiamento tecnologico e rischi informatici

I CEO mondiali temono soprattutto rischi informatici e instabilità macroeconomica: entrambe al 31% tra le principali minacce per i prossimi 12 mesi.

In Italia, però, il quadro cambia. I CEO puntano il dito su cambiamento tecnologico, dazi, rischi informatici, inflazione e scarsità di lavoratori qualificati, citati dal 20% al 25% degli intervistati. Rispetto al mondo, i CEO italiani si sentono molto meno esposti ai conflitti geopolitici: solo il 13% si è dichiarato molto o estremamente esposto, vs 23% a livello globale.

Calano anche le ansie generali. La carenza di competenze chiave, che un anno fa svettava al 35%, oggi si ferma al 20% e divide il podio con altre quattro preoccupazioni.

Sui dazi, l’impatto resta limitato: il 22% dei CEO italiani lamenta cali nei margini netti (meno del 29% globale), mentre il 65% – sopra la media mondiale del 60% – non nota effetti rilevanti. Un livello superiore alla Francia (3%), ma sotto Germania (27%), Canada (35%) e Cina (44%).

La trasformazione tecnologica è la priorità dei CEO mondiali e italiani

La trasformazione digitale è la priorità numero uno per il 53% dei CEO italiani, ben oltre il 42% registrato a livello mondiale, per allineare l’azienda all’evoluzione tecnologica. Al secondo posto si trova la qualità dei management team: il 42% degli intervistati italiani la ritiene essenziale, contro il 21% globale. Non da meno la capacità innovativa dell’azienda, citata dal 34% in Italia rispetto al 29% nel resto del mondo.

In controtendenza sulla scena internazionale, è minoritaria la percentuale di CEO italiani preoccupati per le eventuali interruzioni causate da un evento geopolitico e per le capacità dell’azienda di rispondervi (15% vs. 21% globale).

L’Intelligenza Artificiale segna il confine tra chi accelera e chi resta indietro

Rimane centrale il tema dell’intelligenza artificiale, per i CEO italiani si configura come una questione primariamente culturale. In Italia, i CEO faticano a tenere il passo con l’intelligenza artificiale: in tutti i campi analizzati, la quota di chi ammette una scarsa o nulla implementazione supera sistematicamente la media mondiale.

Il gap si nota già nell’attrazione della domanda, con il 54% delle aziende italiane ferme contro il 46% globale. Il divario si allarga nei servizi di supporto (58% contro 47%) e nello sviluppo di prodotti, servizi ed esperienze, dove il 60% dei vertici nostrani non ha ancora adottato l’IA, a fronte del 47% internazionale.

Peggiora nella definizione della direzione strategica: il 68% di imprese italiane non integra ancora l’IA, contro il 53% nel resto del mondo. Solo nella soddisfazione della domanda i numeri si avvicinano, con il 62% dei CEO italiani in ritardo rispetto al 59% globale. Le strategie sull’IA in Italia restano embrionali rispetto ai benchmark internazionali.

Il 27% dei CEO italiani ammette che di non avere una cultura favorevole all’adozione dell’IA, contro il 9% nel resto del mondo. Il 14% degli AD italiani lamenta inoltre un ambiente tecnologico che non supporta l’integrazione dell’IA (contro il 10% globale), nei processi il divario è maggiore: il 34% non ha formalizzato regole per un’IA “responsabile” (vs 22% mondiale), il 40% manca di una roadmap chiara (quasi doppio del 23% globale) e 2 su 5 temono di non attrarre talenti tech specializzati (contro il 23% altrove).

Le difficoltà riguardano anche le risorse economiche: il 43% delle aziende giudica insufficienti gli investimenti in IA per centrare gli obiettivi (vs 29% globale), il 63% usa tool IA “orfani” di documenti e dati interni (contro il 46% mondiale), condannando l’innovazione a una misura superficiale anziché ad una vera trasformazione.

Le barriere? Competenze al primo posto

I CEO italiani puntano il dito contro la mancanza di skills nella forza lavoro (46%), seguita da difficoltà nel trasferire le conoscenze (37%), dubbi sui ritorni economici (31%) e paure condivise su cybersecurity e resistenza al cambiamento (entrambe al 27%).

In generale sale il ricorso all’IA, ma i benefici tardano ad arrivare: solo il 12% di CEO mondiali ammette benefici sia sui costi che sul fatturato. Nel complesso, quasi il 30% registra vantaggi su un solo fronte, mentre il 56% non vede ancora impatti significativi sulle performance aziendali.

PwC registra un divario netto tra chi da un lato si limita a sperimentare l’IA e chi la integra in modo strategico e ne trae vantaggi concreti, come tagli ai costi e crescite dei ricavi, applicando l’IA non solo ai prodotti e servizi, ma anche alle attività di marketing e alle decisioni strategiche.

Questo risultato è legato alla capacità di costruire solide fondamenta: governance chiara, infrastrutture tecnologiche e cultura aziendale orientata all’adozione. Un’altra analisi di PwC, che ha indagato il tema IA sui luoghi di lavoro – PwC Global Workforce Hopes and Fears 2025 – evidenzia che chi applica l’IA su larga scala registra margini superiori di quasi quattro punti percentuali rispetto a chi non lo fa.

Andrea Toselli, Presidente e AD di PwC Italia, osserva: “Il 2026 rappresenta un momento importante per l’IA. I risultati della PwC CEO Survey illustrano che, mentre alcune imprese sono già riuscite a tradurne l’uso in risultati misurabili, altre sono ancora in una fase di studio. Questo ritardo può incidere in maniera significativa sulla competitività. In un contesto di rapido cambiamento, in cui la tecnologia sta influenzando economie e settori industriali, é irrinunciabile investire in innovazione e, in particolare, nella comprensione delle potenzialità degli strumenti già a disposizione delle imprese”.

Reinventarsi diventa imperativo strategico

Nonostante uno scenario complesso, reinventarsi si conferma un imperativo strategico per la crescita.

La trasformazione delle imprese è in pieno svolgimento, e l’Italia corre più veloce della media mondiale. Secondo i vertici aziendali, il 50% delle imprese italiane ha già iniziato a competere in settori in cui prima non competeva, superando il 42% globale. Non solo: il 62% dei CEO italiani indica che almeno il 10% del fatturato deriva da queste incursioni, poco sotto il 66% internazionale.

Gli imprenditori italiani puntano su servizi alle imprese (12%), assicurazioni e costruzioni (11% ciascuno) e aerospazio-difesa (9%). A livello globale, invece, domina la tecnologia (12% contro il 7% italiano), seguita da sanità (8%) e dai settori aerospaziale-difesa e servizi alle imprese (entrambi al 7%).

Sull’offerta il 65% dei CEO, sia in Italia che nel mondo, registra un balzo di almeno il 10% nelle vendite da nuovi prodotti e servizi. Ma il vantaggio competitivo resta fragile: solo il 43% in Italia e a livello globale si sente più veloce dei rivali nell’introdurre novità sul mercato.

Il 51% dei CEO italiani giudica la performance complessiva inferiore alle aspettative, contro il 33% del campione globale. Un dato che evidenzia le difficoltà del tessuto produttivo nazionale. Al contrario, si giudicano più competitivi rispetto alla media internazionale nell’attrazione della domanda (33% in Italia contro 31%). Inoltre, solo un terzo delle aziende italiane dichiara che la propria organizzazione sia pronta per guidare con efficacia una disruption (vs. 39% a livello globale) e solo il 23% dichiara di essere in grado di anticipare le disruption prima che si verifichino (vs. 27% global).

A frenare i risultati, tre ostacoli principali: strutture organizzative non ottimizzate (41% in Italia vs 22% globale), scarsa capacità di attrarre talenti (43% vs 25%) e processi burocratici inutili (42% vs 28%).

CEO italiani: “Mancano competenze su IA, dati e cyber”.

I CEO italiani hanno indicato quali sono principali gap di conoscenza nelle loro organizzazioni. In cima alla lista, per il 71% dei CEO, la necessità di comprendere meglio l’impatto dell’innovazione sulla forza lavoro e l’uso dell’intelligence macroeconomica per strategie di internazionalizzazione. Entrambe le lacune colpiscono “in misura moderata o larga”.

Inoltre, al 57% la capacità di decisioni basate sui dati, vista ancora come un tallone d’Achille. Chiude il podio la cybersecurity e la protezione dati, critica per il 54% degli intervistati.

Un ritratto che va oltre l’entusiasmo tech: la vera battaglia non è solo abbracciare l’IA, ma farlo con agilità e allineamento interno. Pressione altissima per ridisegnare modelli e processi, ma i ritardi culturali e strutturali rischiano di trasformare l’ottimismo, frenando risultati tangibili.