Molte credono di innovare, in realtà apportano soltanto alcuni miglioramenti senza però cambiare le regole del gioco. L’iGnovation può essere la soluzione

Innovazione. Se ne parla sempre più spesso e da molti viene considerato come quel motore per far ripartire il nostro Paese e risanare le ancora visibili conseguenze della crisi economica iniziata nel 2008. Non sempre però è un concetto facile da inquadrare e soprattutto mettere in pratica: sono numerosi i fattori che pesano in questo difficile processo, la cui formula appare per molte imprese sconosciuta, o meglio erroneamente interiorizzata. Per fare innovazione è infatti necessario cercare di fare qualcosa di diverso da quanto fanno i competitor, appassionandosene, e senza inseguire il concetto del “+”. Ed è proprio qui che sta l’errore. Nel mondo di oggi le aziende sono spinte ad aggiungere alla propria offerta sempre più elementi: più prodotto, più servizi, più qualità, più tutto insomma, magari mantenendo inalterato il prezzo di vendita. Si tratta questo di un modello potenzialmente distruttivo poiché, più o meno velocemente,  erode i margini di profitto, riducendo contemporaneamente le risorse a disposizione per innovare realmente e cambiare le regole del gioco. Le imprese tendono quindi ad “aggiungere” e conformarsi con quanto avviene sul mercato piuttosto che innovare attraverso un percorso disruptive: la vera innovazione distrugge i modelli interni fino ad oggi utilizzati, per crearne di nuovi in grado di portare alla conquista di un vantaggio competitivo.

Le organizzazioni sono chiamate a ripensare il loro business, facendo leva sull’iGnovation. – spiega Marco Durante, CEO di Phonetica  – Con questo termine si intende un processo che nasce dalla fusione di tre dimensioni: Ignition, Innova e Action. Per prima cosa è necessaria la scintilla (Ignition), ossia l’idea che permette di accendere il fuoco dell’innovazione e che viene sostenuta stimolando l’ambiente di lavoro mediante la libera circolazione dei pensieri e la motivazione dei team di lavoro. Per essere alimentata, la scintilla ha inoltre bisogno di pareri diversi, di predisposizione all’apertura a nuove opportunità e alla volontà di accogliere differenti punti di vista così da alterare la normale routine (innova). Solo in questo modo le imprese possono vedere oltre ed essere in grado di tradurre le idee in azioni (action), avviando così la vera iGnovation che mette al centro persone, processi e la tecnologia”.

Ed è proprio la tecnologia uno dei fattori abilitanti. Questo perché, come avvenuto negli ultimi anni (e ancora di più lo sarà in futuro) sta ridisegnando le abitudini delle persone e le modalità di fare business delle imprese. Numerose sono infatti le opportunità garantite da cloud, big data, mobility ed Internet of Things, i cui benefici sono ormai noti. Cambiamenti questi che favoriscono lo sviluppo di una mentalità aziendale predisposta all’innovazione, anche grazie alla ribalta di alcuni fenomeni fino ad oggi inesistenti come la progressiva consumerizzazione del business, la professionalizzazione della customer experience ed il crescente disinteresse al possesso della tecnologia (a beneficio del pay-per-use).

Innovazione è sinonimo di successo?

Non sempre, ma ci sono alcuni fattori che possono indirizzare sulla strada giusta. Ad affermarlo è il professor Fernando Alberti, direttore dell’Institute for Entrepreneurship and Competitiviness presso l’università LIUC che ha studiato le imprese che negli ultimi 3 anni si sono distinte per aver ottenuto un ROI superiore al 50% rispetto alla media nel settore nel quale operano. È emerso che tutte queste realtà sono accomunate da alcuni fattori: focalizzazione sul proprio core business, realizzazione di pochi prodotti però sviluppati con tante varianti, predisposizione all’innovazione aperta, ma anche un elevato spirito d’internazionalizzazione, nonché alla selezione dei propri clienti.  Tutte queste realtà si caratterizzano inoltre per la particolare attenzione alle competenze: da una parte sono continui gli investimenti interni in formazione dei dipendenti già peraltro altamente qualificati, e dall’altra la volontà di assorbire le competenze nate da relazioni con fornitori, clienti o partner, così da accrescere il valore aziendale interno. Forte è anche la fiducia nell’innovazione aperta, che va oltre i confini aziendali: le divisioni di ricerca e sviluppo stanno infatti assumendo caratteri maggiormente relazionali in quanto attive nella creazione di sinergie con partner ed altre aziende.  Non manca infine una cultura organizzativa orientata al progresso e alla consapevolezza di accettare un eventuale fallimento, qualora il processo innovativo andasse storto.

Chi fa innovazione in Italia oggi, e lo fa con successo, – conclude il professore – è colui che ha capito di puntare su fattori sempre più rilevanti, in mercati ampi e su bisogni reali mediante l’offerta di soluzioni diverse da quelle attuali”