
Nel 2025 gli investimenti del Venture Capital in startup italiane hanno raggiunto 1,7 miliardi di euro, il secondo miglior risultato di sempre dopo il picco del 2022 (fonte – Italian Tech Alliance e Growth Capital). Un segnale di consolidamento per l’ecosistema nazionale che negli ultimi anni ha mostrato una crescente capacità di attrarre capitali.
Il confronto europeo resta però marcato: il Regno Unito, al primo posto della classifica nel continente, ad esempio raccoglie circa 13 volte tanto con 23 miliardi di euro (fonte – HSBC Innovation Banking UK e Dealroom), mentre la Francia nel 2025 ha investito un ammontare pari a 4 volte il nostro Paese con 8 miliardi di euro (fonte – The French Tech Journal). Ma il punto non sta tanto e solamente nel divario nei volumi. È la capacità di trasformare gli investimenti in imprese scalabili. Ad oggi infatti gli unicorni, imprese con valutazione di almeno 1 miliardo, in Europa sono 176, di cui solamente 3 italiani (fonte – Best Brokers).
Il nodo non è solo quantitativo. È strutturale. Il problema non è l’accesso al capitale, ma la capacità di trasformarlo in modelli realmente scalabili. “Non è una questione di talento o di idee: quelli in Italia non mancano. Ciò che spesso manca è strategia e metodo, per far sì che un’iniziativa imprenditoriale diventi un business a tutti gli effetti. Serve un approccio più metodico e scientifico nello sviluppo. Il capitale non risolve un modello debole: può anzi amplificarlo quando non supporta fondamenta solide” – sottolinea Lorenzo D’Amelio, imprenditore con un’exit alle spalle, fondatore di aziende tra Italia e Regno Unito, oggi attivo come mentor in diversi programmi di accelerazione, docente in corsi dell’ESCP Business School, e CEO & Founder di Merakyn.
Dal seed alla scale-up: i 5 punti critici che frenano la crescita
Tra le criticità più frequenti emergono almeno cinque elementi.
1. Product-first anziché market-first.
Molte startup italiane investono mesi di tempo nello sviluppo tecnologico prima di validare la domanda. Il risultato è un prodotto avanzato, ma non necessariamente richiesto dal mercato.
2. Pricing non testato.
La disponibilità a pagare viene spesso ipotizzata e non misurata. Senza un modello di ricavi validato, la crescita si basa su proiezioni più che su dati reali. E questa limita anche la fiducia di potenziali investitori.
3. Go-to-market improvvisato.
La fase commerciale viene affrontata come passaggio successivo allo sviluppo, senza una strategia strutturata. Manca spesso una consapevolezza sui canali di marketing prioritari.
4. Assenza di processi replicabili di acquisizione clienti.
La crescita iniziale può dipendere da network personali e opportunità episodiche, ma senza funnel strutturati e metriche monitorate, la scalabilità si arresta.
5. Governance e competenze manageriali limitate.
Il passaggio da startup a scale-up richiede capacità di execution, controllo di gestione e strutturazione organizzativa che non sempre è presente nel team dei fondatori.
“In Italia c’è talento tecnico e capacità creativa – prosegue D’Amelio -. Quello che spesso manca è un approccio metodico e scientifico nello sviluppo del business. Scalare significa rendere replicabile ciò che funziona. Se non è misurabile, non è scalabile”.
Le 3 strategie chiave per far decollare la crescita
Dopo aver individuato gli ostacoli principali, cosa possono fare le startup italiane per trasformare il capitale in crescita reale? Secondo Lorenzo D’Amelio, esistono tre strategie decisive:
- Costruire modelli di business robusti e validati
Non basta un prodotto brillante: serve un modello scalabile e sostenibile. Validare la domanda prima di investire nello sviluppo (quindi usare il capitale nel posto giusto al momento giusto), definire revenue model chiari monitorando margini e costi sono passi fondamentali. “Il capitale non compensa un modello debole, può anzi amplificare gli sprechi. Chi sa validare il mercato e costruire un modello replicabile ha già metà del successo in mano” – osserva D’Amelio. - Organizzare un go-to-market strategico e replicabile
Il prodotto da solo non vende. Serve testare messaggi e canali prima di scalare, creare funnel di acquisizione clienti ripetibili e coinvolgere early adopter. “Il vero vantaggio competitivo non è raccogliere fondi, ma avere metriche concrete in grado di poter facilitare, se non garantire, di poter trasformare un investimento in crescita reale. Serve un approccio metodico, scientifico e misurabile che si unisca all’execution” – aggiunge D’Amelio. - Rafforzare governance, competenze e internazionalizzazione
Per diventare scale-up serve una struttura solida: team con capacità manageriali, processi organizzativi e visione internazionale, in particolare in un mercato sempre più dinamico e globale. Espandersi su mercati esteri e integrare competenze esperte è cruciale.“Non basta il capitale, anzi facendo una provocazione potrei dire che è l’ultima cosa che serve per crescere: prima è fondamentale che ci siano imprenditori con umiltà e ambizione, pronti a mettersi in gioco personalmente, così un ecosistema interno pronto non solo a sperimentare, ma a pianificare, ed in grado di gestire una competizione globale” – conclude D’Amelio.
























































