
L’Osservatorio del Polo Italiano Formazione Lavoro, nell’ambito del Coordinamento Nazionale FAAD, ha analizzato i dati relativi agli iscritti alle università digitali per l’anno accademico 2024/2025, delineando un quadro che conferma la solidità del sistema e il suo crescente impatto sociale e territoriale.
Un trend generazionale che rafforza il ruolo sociale del digitale
Le fasce d’età a partire dai 22 anni rappresentano la componente largamente prevalente degli iscritti su un campione di oltre 3500 studenti: la fascia 27-36 anni si attesta al 35,2%, seguita dalla 22-26 anni con il 27,7% e dalla 37-45 anni con il 17,7%.
Un dato che riflette un cambiamento strutturale nelle scelte formative. In un contesto caratterizzato dall’aumento dei canoni di locazione e delle spese legate alla vita universitaria nelle grandi città, la possibilità di accedere a un percorso accademico senza trasferirsi rappresenta una leva determinante, soprattutto per chi vive in piccoli comuni, territori montani o aree lontane dai grandi poli universitari.
«La crescita delle fasce a partire dai 22 anni – dichiara Francesco Genovese, Presidente Nazionale del Polo Italiano Formazione Lavoro – dimostra che le università digitali stanno svolgendo una funzione sociale fondamentale. Offrono un’opportunità reale a chi desidera formarsi senza doversi spostare da casa e dalla propria comunità. È una risposta concreta alle esigenze delle famiglie e dei giovani professionisti, ma anche un presidio culturale per i territori meno centrali».
Genovese sottolinea come il modello digitale stia contribuendo a ridurre le disuguaglianze territoriali: «Per molte aree interne del nostro Paese, il digitale rappresenta uno strumento di riequilibrio. Permette ai giovani di non abbandonare il proprio territorio per formarsi, contrastando indirettamente lo spopolamento e favorendo la permanenza di competenze nei contesti locali».
Le scelte formative: competenze e occupabilità
Sul piano delle preferenze accademiche, l’area Giuridico, Economico e Politico-Sociale si conferma la più scelta con il 34,42%. Seguono Sport, Scienze Motorie e Salute (21,04%) e Formazione, Educazione e Psicologia (20,8%), ambiti che intercettano la crescente domanda di professionalità nei servizi alla persona, nell’educazione e nel benessere.
Le discipline STEM (11,9%) mantengono una presenza significativa, mentre Lingue, Comunicazione e Lettere (11,2%) continuano a rappresentare un’area importante per i settori culturali e della comunicazione. Più contenuta la quota di Arte, Turismo e Design (0,6%), in un quadro complessivo orientato alla professionalizzazione.
«Le scelte degli studenti – prosegue Genovese – evidenziano una domanda sempre più consapevole e orientata alla spendibilità delle competenze. Il digitale non è più un’opzione residuale, ma una modalità pienamente integrata nel sistema universitario, capace di coniugare qualità formativa e concrete prospettive occupazionali».
Il Presidente evidenzia inoltre come la possibilità di conciliare studio e lavoro favorisca percorsi di riqualificazione e aggiornamento professionale: «Molti iscritti appartengono a una fascia già inserita nel mercato del lavoro. Il modello digitale consente loro di investire sulla propria crescita senza interrompere l’attività professionale, rafforzando la competitività individuale e quella del sistema produttivo locale».
Protagonismo femminile e coesione territoriale
Le donne rappresentano il 55,3% degli iscritti, contro il 44,7% degli uomini. Un dato che conferma il ruolo delle università digitali come strumento di ampliamento dell’accesso all’istruzione superiore.
«La prevalenza femminile – conclude Genovese – è un segnale importante. Flessibilità organizzativa e sostenibilità economica rendono questo modello una leva strategica per favorire percorsi di crescita professionale e autonomia, soprattutto nei territori dove le opportunità formative e lavorative sono più limitate».
E aggiunge: «Nelle aree interne, la formazione digitale può rappresentare un fattore di stabilità sociale. Consentire di studiare dal proprio territorio significa rafforzare il tessuto comunitario, sostenere le economie locali e promuovere uno sviluppo più equilibrato e inclusivo».
Il report dell’Osservatorio conferma dunque come le università digitali non siano soltanto un’alternativa organizzativa, ma un vero e proprio strumento di politica sociale e territoriale, capace di incidere sull’accesso all’istruzione, sulla mobilità sociale e sulla coesione delle comunità, in particolare nelle tante aree interne che rappresentano una parte fondamentale del Paese.



























































