
Quale è la rotta del Digital Commerce? Secondo quanto illustrato in anteprima da Davide Casaleggio, Presidente di Casaleggio Associati, l’internazionalizzazione non è più un’opzione: il 61% degli e-commerce italiani vende all’estero (un balzo netto rispetto al 51% del 2025). Di questi, il 39% opera con siti multilingua in più nazioni (da +3% rispetto al 2025); il 13% vanta una solida presenza internazionale strutturata (+2% dal 2025); mentre il 9% (+ 5% dal 2025) opera tramite marketplace.
Il peso dell’export è determinante: rappresenta il 34% della quota media del fatturato online. Il sentiment delle aziende è positivo, con il 53% dei brand che dichiara vendite estere in aumento, ma la concentrazione resta fortemente europea (“Europa First”):
- Germania (13%), Francia (12%), Spagna (10%) e Svizzera (9%) guidano la classifica.
- Gli USA si confermano il primo mercato extra-UE ma si fermano al 5%, mentre giganti come Cina, India e America Latina restano quasi inesplorati.
Lo scoglio dei dazi: il nuovo contesto geopolitico
L’evento ha acceso i riflettori sulle nuove barriere doganali che stanno stravolgendo i piani economici dei brand:
- USA Liberation Day: L’introduzione di dazi tra il 10% e il 15% su tutte le importazioni dall’UE colpisce duramente i pilastri del Made in Italy: moda, food e design. Un impatto diretto che richiede una revisione immediata di pricing e supply chain.
- Dazio UE Pacchi Low-Cost: Dal 1° luglio 2026, l’Europa imporrà 3 euro per ogni articolo importato sotto i 150 euro. Una misura necessaria per contrastare piattaforme come Temu e Shein (oltre il 65% dei pacchi dichiarava valori inferiori al reale), ma che obbliga i brand italiani a ripensare le partnership logistiche.
L’analisi di Casaleggio Associati sulle Top 1000 aziende italiane per fatturato rivela quali comparti stanno catturando la quota maggiore di traffico dall’estero: la Moda guida la classifica con il 22%, seguita da Sport (18%), Alimentare (17%) e Turismo (16%).
Proprio il Turismo emerge come il settore export per eccellenza: essendo un prodotto nativamente internazionale, il sito web diventa il primo, fondamentale touchpoint per i visitatori stranieri. Il comparto mostra una maturità digitale superiore:
- Il 51% dei leader del turismo dispone di un’app proprietaria.
- Gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato estero per quasi tutti gli operatori.
- L’intero processo d’acquisto avviene online prima dell’arrivo, rendendo l’esperienza digitale il biglietto da visita del Paese.
In questo scenario, il concetto di “Fare sistema per crescere” diventa il mantra per il 2026: i brand che crescono orchestrano ecosistemi di partner complementari. Dalle agenzie ai system integrator, dalla logistica alla compliance, la filiera non è più un costo, ma il vero moltiplicatore della competitività italiana nel mondo.
Il valore del Digital Commerce in Italia
Roberta Vadruccio, ricercatrice dell’Osservatorio eCommerce B2c Politecnico di Milano, ha delineato i confini di un mercato nazionale che nel 2025 ha raggiunto i 62,3 miliardi di euro (+7% rispetto al 2024). La penetrazione degli acquisti online in Italia è al 13%, con una media del 18% sui servizi (in crescita di un punto percentuale rispetto al 2024) e dell’11% sui prodotti (stabile rispetto al 2024).
Netta la distinzione tra settori:
● Turismo e Trasporti: 18,1 miliardi di euro (+8%)
● Informatica ed Elettronica: 8,9 miliardi (+4%)
● Abbigliamento: 6,1 miliardi (+5%)
● Beauty & Pharma: 3,3 miliardi (il settore con la crescita più alta, +10%)
● Food e grocery: 4,1 miliardi (+7%)
● Arredamento e home living: 4,7 Miliardi (+5%)
La bilancia commerciale dell’e-commerce B2c vede le vendite da siti italiani a clienti esteri attestarsi a 6,3 miliardi di euro (6 miliardi nel 2024); 50,1 miliardi di euro le vendite 2025 da siti italiani a clienti italiani (47,4 miliardi nel 2024), a fronte di un import che tocca i 12,3 miliardi (11,2 miliardi nel 2024).
L’ecosistema come unico motore di crescita sostenibile
“Il successo nel Digital Commerce non è la semplice somma delle parti, ma la loro interconnessione,” ha dichiarato Valentino Bergamo, CEO di Calicantus. Negli ultimi anni, molti Brand hanno scelto di internalizzare le attività digitali per ottenere maggior controllo, scontrandosi però con una realtà fatta di processi non ottimizzati, pressione sulle marginalità e una Customer Experience inadeguata. “La sinergia tra Brand e Partner oggi è una necessità operativa: nessuno può eccellere da solo in ogni ambito, dalla tecnologia alla logistica, fino alla fiscalità internazionale. Il Brand non deve portarsi in casa tutta questa complessità, ma governarla attraverso un partner capace di gestirla in modo strutturato.”
Un concetto ribadito da Matteo Comin, Chief Sales Officer di Calicantus, che ha analizzato le sfide poste dal nuovo scenario geopolitico e dall’innovazione tecnologica: “Le vendite cross-border mostrano quanto sia difficile scalare in un contesto segnato dal protezionismo. La compliance non deve diventare una frizione: se i dazi emergono dopo l’acquisto, la fiducia del cliente crolla; se un reso genera costi inattesi, la marginalità svanisce.”
Sul fronte dell’Intelligenza Artificiale, Comin ha invitato a superare la contrapposizione tra hype e paura: “L’AI sta diventando uno standard nei processi, dai chatbot alla rilevazione delle anomalie. Tuttavia, gli agenti digitali funzionano solo se poggiano su dati ben strutturati e un’operatività solida, perché alla fine il prodotto resta reale. Il ruolo di Calicantus è proprio questo: trasformare la tecnologia in operatività e l’operatività in dati di valore. Nel Digital Commerce del 2026 non vince chi prova a fare tutto da solo, ma chi contribuisce a costruire l’ecosistema giusto: questo è il senso più vero di Growing Together.”





























































