Quando c'era la new economy
Era il 10 marzo del 2000 quando il Nasdaq raggiunse il punto più alto della sua storia
Il 10 marzo del 2000 scorsero fiumi di birra nei bar attorno a Wall Street. Broker, analisti e semplici investitori erano al settimo cielo. Quel giorno il Nasdaq, la Borsa dove erano quotate le principali società tecnologiche e soprattutto le start up della new economy, raggiunse il valore più alto della sua storia: 5048 punti.
Era il momento top della new economy. Da lì in poi, però, non ci fu più tanto da festeggiare: dopo cinque anni in cui aveva guadagnato il 500%, in 12 mesi il listino perse il 60% del suo valore. Oggi viaggia poco sopra i 2.300 punti.
Le cifre del crollo sono impressionanti. Cisco che a un certo punto era diventata la società più cara al mondo perse in un anno i 2/3 del suo valore e Amazon che aveva raggiunto i 400 dollari di quotazione nel 2001 toccò gli otto dollari.
Due esempi fra i tanti di una storia iniziata negli Usa cinque anni prima con la quotazione di Netscape che inaugurò la lunga serie delle cavalcate in Borsa da parte di società che non avevano ancora realizzato un dollaro di profitto.
Il primo giorno la società di Marc Andreessen e Jim Clarck passò da 12 a 48 dollari e dopo tre mesi arrivò a 140 dollari.
Il 31 dicembre del 199 il Wall Street Journal scrisse: “Il ciclo economico, una creazione dell’era industriale, potrebbe diventare un anacronismo” e altri si spinsero a parlare di “mille anni di crescita”.
Dietro questo vorticoso giro di soldi e avventate dichiarazioni c’era però una sostanza fatta di quantità incredibile di tecnologia che entrava nell’industria americana che si innestò su un ripresa già avviata contribuendo a raffreddare l’inflazione.
Il processo lo descrive con efficacia Federico Rampini (New economy, Laterza, 10,33 euro) che nel 2000 aprì la nuova sede di Repubblica a San Francisco.
L’economia americana iniziò a dare segni di ripresa durante la prima guerra del Golfo nel marzo del 1991. Ma era una ripresa debole tanto che costò le elezioni a Bush che perse il confronto con Clinton. Nel frattempo nel 1992 i segnali si facevano più consistenti tanto che la crescita infilò il filotto più lungo della storia arrivando a gennaio 2000 con 170 mesi di aumento del Pil alle spalle.
La ripresa fu aiutata anche dallo sviluppo tecnologico. A partire dal 1996 il prodotto per ogni ora lavorativa dei dipendenti dell’industria e dei servizi è salito del 2,25% e poi del 2,75% negli anni successivi quando dal 1960 al 1995 la crescita era stata dell'1,75%.
La diffusione dei pc, con le tecnologie e gli applicativi collegati, rese molto più produttivi i lavoratori americani senza che questa crescita lunghissima si riflettesse più di tanto sull’inflazione. Giunta al dieci anno di boom – osserva Rampini – l’aumento dei prezzi al consumo era del 2,5%, un’inflazione quasi identica a quella europea dopo però solo un paio d’anni di una ripresa ben più fiacca.
Distanziata sul fronte dei risultati economici l’Europa andò al traino degli Usa per quanto riguarda le follie borsistiche. In breve nacque il circuito del Nuovo mercato, listino a più facile accesso che avrebbe ospitato le aziende tecnologiche a forte potenzialità di crescita, le start up della new economy.
Nel 200 il Neue Markt, la versione tedesca del Nuovo mercato, arrivò a quotare 233 società, poi chiuse. In Francia ci fu il Nouveau marchè dove furono quotate numerose società alcune delle quali, per esempio nel settore dei videogiochi, furono aiutate nel loro sviluppo anche dall’intervento dello Stato. E in Italia? Anche qui fiorirono le start up molte delle quali oggi non esistono più. Nel successivo articolo ricordiamo un po’ di storie. Qui basta solo ricordare la vicenda Tiscali, l’Internet service provider sardo di Renato Soru, quotata nel 2001 che nell’aprile del 2000 raggiunge una capitalizzazione superiore a quella della Fiat. Le azioni furono collocate a 46 euro e raggiunsero i 1163 euro il 10 marzo 2000. Poi il crollo.




